T. Brandsma: Mistica orientale e occidentale
Mistica orientale e occidentale
1927
Prof. Dr. Titus Brandsma O.Carm.
Due fiori, cresciuti sullo stesso terreno, entrambi germogliati dalla terra dell’unica Fede Cattolica, bagnati allo stesso modo dai flussi della grazia di Dio, che li avvolge entrambi con lo stesso inesprimibile amore. Si impollinano e si fecondano a vicenda; nel giardino della Santa Chiesa di Dio devono continuare a fiorire fianco a fianco, a fecondarsi a vicenda. Come le api dobbiamo andare da un fiore all’altro, non solo per far continuare ininterrottamente questo processo di fecondazione, ma anche per estrarre noi stessi il miele più dolce.
La mistica è l’unione di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio, non più solo nell’ordine della natura o anche della grazia ordinaria, ma nell’ordine dell’amore sovrabbondante, affinché la presenza di Dio non resti più confinata e nascosta dietro la natura, ma possa essere sperimentata e riconosciuta nelle opere sovrannaturali. Lo Sposo si avvicina alla Sposa e la Sposa deve andare incontro a Lui, come ha detto Ruysbroeck. Lo Sposo è felice di indossare l’abito in cui la Sposa lo riconosce immediatamente e ama vederlo. A volte la sorprende, ma poi, come per Maria Maddalena, basta una sola parola perché ella lo riconosca in quella nuova immagine, scelta da Dio in felice accordo con la sua sensibilità. Quasi tutti quelli che con la sorella Bertken di Utrecht intonano il canto: “Ero andata in giardino per le erbe aromatiche”; possono ripetere con lei: “Ho trovato ora uno che fa il giardiniere”.
L’immagine del Giardiniere Celeste è diventata feconda. Così Dio si rivela all’orientale alla maniera dell’orientale, a noi occidentali secondo la nostra idea e disposizione. Ma spesso non pensiamo alle ricche forme in cui Dio, che contiene in sé tutti i piaceri - “Deus totius consolationis” -, potrebbe rivelarsi a noi, se fossimo in grado do vederlo fra quelle immagini. Così, una persona può risvegliare in un’altra nuove forme di rappresentazione di Dio e renderla più ricettiva alla percezione di Dio in tutta la sua ricchezza.
L’Oriente ha dato di volta in volta all’Occidente una forza innovativa e un’influenza, finché alla fine l’Occidente ha eguagliato e persino superato l’Oriente nella ricchezza di fioritura culturale. Ma l’Occidente non si è sopravvalutato, anche se è ricco. La mistica orientale contiene ancora elementi che sono di altissimo valore per la mistica occidentale. Quando si parla di influsso orientale sullo sviluppo della mistica occidentale, basta menzionare Sant’Agostino e lo Pseudo-Dionigi Areopagita. Dietro di loro, sullo fondo, c’è Platone. Non solo i racconti della vita mistica degli eremiti asiatici ed egiziani hanno dato il primo impulso alla conversione di Sant’Agostino, ma la sua ammirazione per loro ha esercitato anche una notevole influenza sulla sua vita con Dio. Certo, la fioritura della vita monastica in Occidente non può essere chiamata solo un’imitazione dell’Oriente, ma, per così dire, è germogliata dai semi che la Fede Cattolica sparge ovunque viene professata; tuttavia, le parole ispirano, gli esempi attirano.
Accanto al Maestro della Grazia, che possiamo tranquillamente chiamare un maestro di vita mistica, abbiamo come “Padre della mistica occidentale” l’autore delle opere pubblicate sotto il nome di Dionigi l’Areopagita, in cui si sente da lontano non solo Platone, ma anche Plotino. La sua concezione della vita mistica ha lasciato a lungo la sua impronta sulla mistica in Occidente.
Gradualmente, una scuola occidentale con caratteristiche proprie e alcune idee guida si è sviluppata da quella che in origine era fortemente orientata verso la mistica orientale. Ma siccome non si adattava completamente alla mentalità occidentale, non sempre veniva compresa correttamente e talvolta coltivava idee che l’Occidente alla fine bollava come unilaterali ed esagerate. La fiorente vita spirituale in Occidente ha evocato contro ciò una reazione, che però non era esente da unilateralità. E così può essere buono e utile, se non necessario, tornare di tanto in tanto là dove sgorgano le fonti, per difendersi dall’unilateralità e dalla degenerazione della vita mistica.
Nella mistica orientale, l’idea platonica della relazione tra anima e corpo è in primissimo piano. L’anima è la vera persona. L’anima è nel corpo come in una prigione da cui deve fuggire, come in un’atmosfera soffocante da cui deve fuggire, come in vincoli da cui deve erompere. Quindi la caratterizza una vita molto rigida, una soppressione del corpo. In Oriente, soprattutto nei monasteri, il digiuno è molto più severo che in Occidente, e in generale tutto ciò che appartiene alla penitenza e alla mortificazione. Questa mortificazione è spesso eroica, persino esasperata secondo noi.
Di contro, l’Occidente, soprattutto nel Medioevo, ha proposto l’idea aristotelica dell’unità di anima e corpo, in cui il corpo, l’immaginazione, le percezioni sensoriali, invece di essere solo un ostacolo, diventano uno strumento da non sottovalutare. In contrasto con il Dio esaltato, che può essere conosciuto solo attraverso la negazione e l’immaginazione, Dio si è fatto uomo, e per andare da lui abbiamo bisogno della conoscenza sensibile, dell’immaginazione, mettendo in uso tutte le nostre facoltà, non ultime quelle fisiche. Così è nata una mistica molto più moderata, bella e mirabilmente sicura, ma con il rischio non esiguo di diventare gradualmente troppo umana. Soprattutto la Scuola fiamminga della devotio moderna ha posto così tanta enfasi sulla nostra ricettività e sulla sequela di Cristo come uomo, che gradualmente la grazia divina e la glorificazione di Cristo sono state quasi trascurate. Persino Florens Radewijns [mistico fiammingo (Leerdam 1350 - Deventer 1400), considerato, insieme a G. Groote, fra gli iniziatori della devotio moderna e dei Fratelli della vita comune. Fra i suoi scritti si ricorda il Tractatus devotus de exstirpatione vitiorum, in cui viene messa a fuoco la contemplazione come via privilegiata della riforma interiore. NdT], che segue da vicino l'esempio di San Bonaventura, volge il suo sguardo dalla Passione alla Resurrezione e Ascensione, rinunciando poi a scendere nel sepolcro del Signore. Preferisce non parlare delle tappe più alte della vita mistica - e questo aspetto si rafforza nei suoi discepoli -, per attirare l’attenzione solo sulla nostra “preparazione”. Così la vita ordinaria della virtù prende il posto della mistica. Può essere un bene pensare non solo all’incarnazione di Dio, ma anche al suo obiettivo: la deificazione dell’uomo.
Quel che è dannoso è una visione troppo morbida della vita mistica: su questo possiamo imparare dall’Oriente.
Strettamente legato a ciò è il concetto di sofferenza. Si è persino detto che la differenza tra la mistica orientale e quella occidentale è che quest’ultima pone tanta enfasi sull’idea della croce, mentre la prima celebra l’idea della risurrezione. L’Oriente vede la sofferenza sotto una luce più alta. Non predica semplicemente la conformità alla volontà di Dio nella sofferenza, ma la gioia nella prospettiva gioiosa della risurrezione. Sul Santo Sacramento, in memoria della Passione del Signore, il Sacerdote pronuncia le parole: Cristo vince. Sospiriamo troppo nel nostro cammino verso Dio e vediamo solo il sacrificio nella croce.
Anche qui c’è un pericolo di unilateralità, che può essere evitato volgendo continuamente lo sguardo ad oriente.
Nello stesso contesto, si può richiamare l’attenzione sulla fuga orientale dal mondo. Una volta c’erano deserti pieni di eremiti, montagne con grotte di ogni tipo abitate da scuole di eremiti, isole come luogo esclusivo di residenza di innumerevoli persone in fuga dal mondo. Queste istituzioni sono vive ancora oggi, per esempio sul Monte Athos.
Ma anche se qui c’è un desiderio di solitudine, nella vita con Dio d'altra parte prevale di gran lunga l’idea di comunità. Anche se si fugge dal mondo, ci si sente più intimamente uniti nella comunità degli eremiti, e in ciò si esprime più fortemente il grande segreto della comunione dei santi e l’unità nel Corpus Mysticum di Cristo. Lo vediamo nella lunga celebrazione delle loro liturgie, nella loro concelebrazione, la celebrazione di un solo sacerdote in una grande comunità di sacerdoti. La nostra visione è spesso più sociale, almeno in superficie. Anche nel mondo si può avere una relazione intima con Dio. Ma allora, l’ascesa a Dio è molto più solitaria e manca la consapevolezza della comunione con altri che ascendono a Dio, o che già lo possiedono. Ne risulta un diverso culto dei santi.
Gli orientali si pongono più facilmente in questa comunità: Dio è molto al di sopra di tutti loro, ma tutti si elevano a Dio allo stesso modo; noi, invece, siamo più inclini a vedere i santi presso Dio, sopra di noi, così in alto che tendere alla loro somiglianza prende quasi il posto di tendere alla somiglianza con Dio.
Anche qui si annida un grande pericolo per la mistica occidentale, contro il quale San Giovanni della Croce mette in guardia con forza. Anche in tal senso, guardare ad oriente è la nostra salvezza.
Ci si potrebbe chiedere se la vita mistica esiste ancora oggi nella Chiesa orientale, o se almeno possa rifiorire. Si può ritenere certo che molti, se non la maggior parte, sbagliano in buona fede e possono essere annoverati nell'anima della Chiesa. Sono in stato di grazia e spesso ricevono i Santi Sacramenti con particolare pietà. Così in loro si sviluppa una vita di grazia. Dio non può concedere loro la sua grazia speciale e abbondante nell’esperienza mistica, non solo come risposta al loro amore, ma anche per evidenziare l’alto valore della loro buona fede, per unirli più intimamente a sé e così rendere sempre più vivo in loro il desiderio di riunirsi nell’unica Chiesa fondata e ancora voluta da Cristo? D’altra parte, la separazione da Roma li priva di molti privilegi, che potrebbero promuovere una rinascita della vita spirituale in questo popolo così chiamato ed eletto.
Questo dovrebbe spronarci ancora di più nel nostro apostolato di riunificazione, affinché l’Oriente, ancora una volta unito a Roma, possa fiorire con nuova forza e la mirabile rinascita della mistica ora, come in passato, possa avere un benefico influsso sull’Occidente, o, per tornare a una vecchia immagine, in Oriente e in Occidente i fiori della Chiesa possano sbocciare nuovamente, impollinandosi e fecondandosi a vicenda.
Brandsma
[Discorso tenuto da Titus Brandsma il 27 settembre 1927 presso l’Hotel di Schootenhof (Schoten, BE). Pubblicato in: Ut omnes unum sint. Ricordi delle giornate di studio al priorato di Schootenhof “Cristo Re”, 26-29 settembre 1927, Nijmegen 1927, pp. 30-35. Il testo è disponibile online: © Nederlandse Provincie Karmelieten. Published: Titus Brandsma Instituut 2021. Trad. italiana a cura di chi scrive]



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