Ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενος

 


Nelle ultime settimane (nel tempo di Natale e oltre) abbiamo letto più volte il Prologo di Giovanni, come pure altri Sinottici (ad es. Marco) che riportano espressioni un po’ criptiche: la consuetudine liturgica, purtroppo, non aiuta un ascolto critico e consapevole, se non è accompagnata da un’adeguata esegesi o da una lettura attenta delle Scritture.

Proprio in questi giorni il Santo Padre Leone XIV ci sta invitando a riprendere la costituzione Dei Verbum. Vale la pena rileggerne alcune righe:

il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli… ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» (GIROLAMO, Comm. in Is., Prol.).

la lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini» (AMBROGIO, De officiis ministrorum, I, 20, 88).

Compete ai vescovi, «depositari della dottrina apostolica» (IRENEO, Adv. Haer., IV, 32, 1), ammaestrare opportunamente i fedeli loro affidati sul retto uso dei libri divini, in modo particolare del Nuovo Testamento e in primo luogo dei Vangeli, grazie a traduzioni dei sacri testi… (DV 25)

O ancora:

La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo.

…si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio» (Eb 4,12), «che ha il potere di edificare e dare l'eredità con tutti i santificati» (At 20,32; cfr. 1 Ts 2,13). (DV 21)

  * 

Ebbene, in questi giorni è risuonata spesso l’espressione ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενος, che si trova nel Prologo giovanneo – ma non solo – in riferimento a Giovanni Battista. Eccone alcune occorrenze:  

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. (Gv 1,6-8) … E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me". [Ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενος ἔμπροσθέν μου γέγονεν, ὅτι πρῶτός μου ἦν·] (Gv 1,14-15)

La testimonianza del Battista è parallela all’emergere della figura di Gesù, tanto che suscita la perplessità: non sarà lui il Messia o il nuovo Elia?

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: "Tu, chi sei?". Egli confessò e non negò. Confessò: "Io non sono il Cristo". Allora gli chiesero: "Chi sei, dunque? Sei tu Elia?". "Non lo sono", disse. "Sei tu il profeta?". "No", rispose. Gli dissero allora: "Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?". Rispose: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia". (Gv 1,19-23)

L’umiltà del Battista fa sì che, man mano che si manifesta il Cristo, egli desidererà scomparire e cedergli il posto. Ma c’è un elemento testuale che spesso sfugge, a motivo delle traduzioni “piane”… Il termine ὀπίσω viene infatti tradotto pressoché unilateralmente con ‘dopo’: non fanno eccezione la Bibbia CEI e la Diodati (dopo), la Bible de Jérusalem (après), la Deutsche Bibel (nach), né la English Bible (after)… Il significato in greco è piuttosto quello di ‘dietro’: infatti, una lettura – un po’ forte, ma fedele all’originale – suggerisce che Gesù andava ‘dietro’ al Battista. Niente di più vero: Gesù si fa discepolo del Battista, lo segue sulle rive del Giordano, si fa battezzare da lui, e soltanto quando il Battista viene fatto arrestare Gesù comincia la predicazione, ripetendo le parole del Battista! Allora occorre tradurre:

Colui che viene DIETRO a me è avanti a me…

Del resto, il Battista prepara la gente, dicendo che Gesù (che nessuno ancora conosce) è in mezzo a loro, e solo dopo un’adeguata preparazione lo indica alla gente:

"Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete [μέσος ὑμῶν ἕστηκεν ὃν ὑμεῖς οὐκ οἴδατε], colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo". Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di [DIETRO A] me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me" [Ὀπίσω μου ἔρχεται ἀνὴρ ὃς ἔμπροσθέν μου γέγονεν, ὅτι πρῶτός μου ἦν]. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele". (Gv 1,26-31)

Il termine ὀπίσω compare anche nei Sinottici:

Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di [dietro a] me è più forte di me [ὁ δὲ ὀπίσω μου ἐρχόμενος ἰσχυρότερός μού ἐστιν,] e io non sono degno di portargli i sandali…  (Mt 3,11)

"Viene dopo di [dietro a] me colui che è più forte di me [Ἔρχεται ὁ ἰσχυρότερός μου ὀπίσω μου]: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali…". (Mc 1,7)

A conferma di questa lettura, si ritrova la medesima espressione nei vangeli della sequela:

"Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19 – Mc 1,17);

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24 – Mc 8,34 – Lc 9,23; 14,27)

O ancora, rivolgendosi a Pietro: "Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo…” (Mt 16,23 – Mc 8,33).


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Nella seconda metà del secolo scorso, la critica ha sollevato una questione spinosa, a tal riguardo: la Chiesa nascente era talvolta in contraddizione con alcune sette giudaiche, che rivendicavano la primarietà del Battista, per cui è sembrato che l’evangelista Giovanni, in modo particolare, tendesse a contestare tale primarietà.

Fra le controversie dell’antichità ce n’è una particolare che riguarda la questione cronologica: l’apologetica giudaica, ad esempio, si preoccupava molto di dimostrare che Mosè era anteriore ai filosofi e ai poeti greci... Nel Nuovo Testamento si ripropone l’argomento cronologico: proprio all’origine stessa della Chiesa cristiana si presenta la disputa fra i discepoli di Gesù Cristo e quelli di Giovanni Battista.

Certo, sappiamo bene che è stato soprattutto il Vangelo di Giovanni a preoccuparsi di rigettare le pretese di quella setta che richiamava Giovanni Battista quasi come un rivale di Gesù nella Chiesa nascente. Questa tesi favoriva il carattere messianico della predicazione del Battista, ponendola in contrapposizione a quella di Gesù. Si tratta appunto di una setta giudaica, che ha dato adito a idee gnostiche. (Al tempo stesso si comprende come la letteratura giovannea abbia contribuito alla polemica anti-doceta: si pensi alle epistole di Ignazio di Antiochia…).

Tutta la discussione gravita attorno al fatto indiscutibile che Giovanni Battista era venuto prima di Gesù, e che sul piano cronologico Gesù non era che colui che viene dopo Giovanni. Per risolvere la disputa, i giudeo-cristiani (ad es. nella letteratura pseudo-clementina) sostengono il contrario, cioè che la primarietà sarebbe un indizio di inferiorità. In virtù di questo strano principio, nell’impianto dualista della setta, Giovanni Battista diviene quasi il rappresentante del male.

Seguendo questa logica, infatti, il rapporto cronologico fa sì che chi viene prima è cattivo: così, Caino viene prima di Abele, Ismaele viene prima di Isacco, Esaù viene prima di Giacobbe, Aronne prima di Mosè… e alla fine l’Anticristo verrà prima del ritorno di Cristo. Allo stesso modo, Giovanni Battista è venuto prima del Figlio dell’uomo. La precedenza cronologica dunque non corrisponde a un primato ontologico.

La teoria dualista è stata ispirata proprio dalla polemica contro Giovanni Battista, e permette di affermare che quella primarietà è effettivamente di Giovanni Battista, in contrasto con l’evangelista Giovanni che considera Gesù come il πρῶτός (Gv 1,15).

“In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono [πρὶν Ἀβραὰμ γενέσθαι ἐγὼ εἰμί]” (Gv 8,58)

 

Si può ancora osservare che:

- colui che viene più tardi, non viene affatto tardi…

- ἔμπροσθέν non va letto in senso spaziale...

- πρῶτός indica una cronologia assoluta – metafisica! 

Più avanti Giovanni ribadisce l’espressione ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενος (27.30), sottolineando che Gesù è già in mezzo alla gente, anche se non è conosciuto (μέσος ὑμῶν ἕστηκεν ὃν ὑμεῖς οὐκ οἴδατε).

Si può addirittura ipotizzare che un’espressione molto forte dell’evangelista al cap. 10 possa essere indirizzata ancora alla setta che contrapponeva il Battista a Gesù: “Tutti coloro che sono venuti prima [πρὸ] di me, sono ladri e briganti” (Gv 10,8).

Del resto, non è solo in Giovanni che si incontra questa contraddizione, ma è presente anche nei Sinottici, ad es. in Mt e in Mc, che parlano di uno “più forte” (ἰσχυρότερός).

A ben vedere, nel Battista si compie la profezia di Malachia:

Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate (Mal 3,1).

 

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Si veda a riguardo:

O. Cullmann,  Ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενος, in “Coniectanea Neotestamentica” (XI) 1947, pp. 26-32.

 


 

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