Beato è l'uomo che cammina

Il fenomeno del “macarismo” (beatitudini) era già presente nelle Scritture: nell’AT ha un carattere sapienziale, mentre nel NT ha un carattere escatologico. La beatitudine non è tanto uno stato compiuto o un risultato, quanto piuttosto una condizione presente e un movimento in essere: è l’invito a fare un’esperienza. Non a caso, un ebreo di lingua francese, A. Chouraqui, traduce "beato" (Sal 1) con "en marche".

Le beatitudini si trovano sia in Matteo sia in Luca, ma in contesti topografici differenti. Matteo scrive: «Vedendo le folle, Gesù salì sul monte... e si mise a parlare» (5,1-2); Luca invece: «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante... e alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva...» (6,17.20). 

C'è un forte contrasto fra i due vangeli: Luca riporta il discorso all'interno di una cornice storica, una pianura della Galilea. Matteo, invece, introduce una cornice simbolica, quella del monte, alludendo al Sinai e a Mosè (Es 19): non per niente il discorso tematizza il nesso intimo tra la Legge antica e l’annuncio di Gesù. 

Rilevante è anche la diversa redazione delle beatitudini: in Matteo (5,3-12) sono nove (l’ultima è un’estensione dell’ottava, una specie di appendice), mentre in Luca (6,20-23) sono solo quattro, a cui però si aggiungono altre quattro “maledizioni” (“Guai!”), costruite in parallelo e in antitesi. 

Un'altra peculiarità è il rapporto con le folle. In Matteo, vedendo le folle Gesù sale sul monte e si mette a sedere, i suoi lo raggiungono e così comincia a parlare loro. In Luca, invece Gesù alza lo sguardo verso i suoi, ma a partire da loro si rivolge anche a tutta la gente. Luca parla della grande “folla” e poi del “popolo”: ci si aspetterebbe questo termine per il popolo di Israele, mentre qui ci sono tutti, giudei e pagani, provenienti dalla Giudea, da Tiro e Sidone. Quindi, la sua predicazione costituisce un popolo unico. 

Anche le categorie evocate dai macarismi sono differenti. In Luca i poveri sono coloro che dipendono, che non sono autosufficienti (Matteo parla invece dei poveri in spirito): per loro il regno di Dio è presente. Gli affamati: nell’attesa giudaica il Regno è immaginato come un banchetto di grasse vivande. I sofferenti vedranno la gioia (non solo la consolazione, come in Matteo). Questo accento sulla gioia evoca l’esilio di Babilonia (cfr. Sal 126). Gli odiati a causa del figlio dell’uomo condividono la sorte dei profeti, perseguitati ed emarginati. Anche l’elenco seguente di “guai” fa parte del linguaggio profetico… 

           (A. Rodin, L'homme qui marche, 1907/13)

Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura, il rovesciamento dei valori - quasi la Umwertung aller Werte auspicata da Nietzsche.

Sono promesse escatologiche, nel senso che se l’uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, vive secondo nuovi criteri e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve venire, è già presente adesso. 

Le beatitudini, infatti, non sono dei paradossi: è a partire da Gesù che entra la gioia nella tribolazione, la consolazione nel pianto, il regno di Dio nella persecuzione. 

Non dei paradossi, dunque, ma spine nel fianco, pungoli per ogni discepolo, per molti pietre d'inciampo... Nelle parole di Paolo: "Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!" (2Cor 6,8-10). "Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi…" (2Cor 4,8-10).



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