L’immagine e il suo prototipo
Questo brano è tratto dalla Lettera a Platone, suo padre spirituale, sulla venerazione delle icone di Teodoro Studita:
“qualsiasi immagine artistica è una rappresentazione dell’oggetto [raffigurato] cui funge da immagine e – attraverso la riproduzione –, mostra la forma di un prototipo, come dice Dionigi [Dionigi Areopagita, Nome divini, II,4], esperto di cose divine: la verità a somiglianza, il prototipo a immagine; l’uno nell’altro, escluse le differenze di sostanza. Quindi, colui che venera l’immagine venera colui che è fedelmente rappresentato dall’immagine stessa. Poiché egli non adora l’essenza dell’immagine, ma ciò che vi è iscritto: e in relazione all’identità di culto, l’immagine è inseparabile dal prototipo, poiché in relazione alla somiglianza l’immagine è identica al prototipo. Ecco perché Basilio il Grande dice che l’immagine del re è chiamata re, e [tuttavia] non vi sono due re ma uno, perché né il potere è separato, né la gloria è divisa. Poiché il potere e l’autorità che regnano su di noi sono una cosa sola, così la lode che offriamo è una e non molte. Pertanto, l’onore dato all’immagine va al prototipo. Se passa al prototipo allora non ve ne sono due, ma una sola è l’azione di onore a di venerazione, come uno e il prototipo che è venerato nell’immagine.”
Scrive
ancora Teodoro Studita negli Antirrhetici:
“Se nostro
Signore Gesù Cristo è apparso realmente in forma umana e nella nostra
forma, allora giustamente Egli è scritto e raffigurato sull’icona come noi,
sebbene nell’immagine divina rimanga indescrivibile; perché Egli è il
mediatore tra Dio e gli uomini, conservando le proprietà di entrambe le nature
di cui è composto. E se non fosse descrivibile, cesserebbe di essere un
uomo, e ancor di più un intermediario, poiché con la distruzione della
descrivibilità, tutte le proprietà ad essa analoghe vengono
distrutte. Perché se è indescrivibile, allora è intangibile; e
se è intangibili, allora non può neanche essere toccato, il che sarebbe sciocco
da contraddire; poiché queste sono le proprietà del corpo: che si può
toccare e rappresentare. E come può essere indescrivibile se può
soffrire? Se è descrivibile e può soffrire, allora – naturalmente – lo
si deve adorare anche nella forma in cui si è manifestato […]. Se Cristo,
dunque, è vero uomo, allora è ovvio che può essere raffigurato sull’icona.
Una delle prime caratteristiche di una persona è che può essere
ritratta; se [il Cristo] non è raffigurabile, ciò significa che non si è
fatto uomo, ma un fantasma, e che non è realmente venuto ad abitare tra noi”
[Tratto da: Oltre lo sguardo. La difesa delle sacre
immagini. Oriente, trad. e cura di G. D'Aniello e M. Di Monte, 2022, pp. 168-169]
Infine, la
definizione del VII Concilio Ecumenico:
“Decretiamo
che le sante e oneste icone siano offerte [per il culto] allo stesso modo
dell’immagine della santa e vivificante croce, sia che siano fatte con pitture
o tessere di mosaico sia di qualsiasi altra sostanza; sia che siano poste nelle
sante chiese di Dio, sui vasi e sulle vesti sacre, sui muri o sulle assi [di
legno], sia nelle case o lungo le strade; sia che siano icone del Signore e Dio
nostro Salvatore Gesù Cristo, sia della Tutta Pura e Signora nostra la santa
Madre di Dio, dei santi angeli o di tutti gli uomini santi e giusti. Più
queste icone saranno rese oggetto della nostra contemplazione, più coloro che
le guardano saranno stimolati alla memoria del Prototipo, acquisendo più amore
nei loro confronti e maggior desiderio di baciarle, onorarle e venerarle”.
[Tratto da: Oltre lo sguardo. La difesa delle sacre
immagini. Oriente, trad. e cura di G. D'Aniello e M. Di Monte, 2022, p. 171]


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