pietre d'inciampo
Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?
Nel capitolo 22 di Matteo, costellato di dispute con farisei
e sadducei – e parallelamente nel capitolo 12 di Marco – accade che Gesù stesso provoca i farisei riuniti in un’assemblea, rivolgendo loro un
quesito solo apparentemente banale:
Il Cristo, il Messia che deve venire − così insegnano gli
scribi, conoscitori delle Scritture − è figlio di Davide, suo discendente. In
effetti, Giuseppe, padre di Gesù, appartiene alla casa di Davide (cfr. Mt
1,16). Gesù stesso, però, osserva che Davide, nell’incipit del Salmo 110,
chiama il Messia “mio Signore”: “Disse il Signore [Yhwh Dio] al mio Signore [il
re Messia]”, e segue l’oracolo: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi
nemici a sgabello dei tuoi piedi”. È palese l’obiezione di Cristo: “Se
dunque lo chiama ‘Signore’ come può essere suo figlio?”
Il Messia (Mashiah significa ‘consacrato) dunque è
anche Kyrios, Adonai, Dominus, Signore, Dio. È questa la rivelazione alla quale
Gesù vuole condurre i presenti che lo ascoltano: egli è Dio, ed è questa l’autorità
con cui egli parla e agisce. Gesù è il Cristo, figlio di Davide e Signore
insieme, Figlio dell’uomo e Figlio del Dio vivente a un tempo. Occorre però mettere
a fuoco il senso di quel ‘a un tempo’.
I farisei si trovano implicati in una disputa di taglio
rabbinico, un genere in cui eccellevano. Gesù li imbriglia nella stessa rete
che essi più volte avevano teso contro di lui con i loro quesiti. A questo
punto, ci si aspetterebbe di vedere come Gesù – nelle vesti di un rabbì
giudaico – riesca a risolvere la contraddizione di un Messia contemporaneamente
figlio e Signore di Davide, sulla base appunto del Salmo 110. La
conclusione di Matteo è tranchant: "Nessuno era in grado di rispondergli
e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo" (22,46). Marco, che ambienta
questa scena nell’area del tempio di Gerusalemme, senza introdurre i farisei
come interlocutori, conclude semplicemente: “la folla numerosa lo ascoltava
volentieri” (12,37).
La risposta a quell’apparente contraddizione è possibile solo ai cristiani. Per
i giudei, infatti, il Messia rimane creatura umana e come tale non può essere
definito “Signore”. Nel cristianesimo il Cristo ha certamente una reale
dimensione storica e, quindi, è ancorato nella sua umanità a una discendenza,
quella davidica, attestata dalla genealogia che lo stesso Matteo pone in
apertura al suo Vangelo: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di
Abramo” (Mt 1,1). Egli è, dunque, realmente “figlio [discendente] di Davide”,
legato alla linea della promessa messianica (2Sam 7; Sal 89). Ma
contemporaneamente è figlio di Dio, pertanto è “Signore” di Davide. Il mistero
centrale del cristiano, l’Incarnazione, risolve dunque anche l’enigma del Salmo
110.
È questo anche il motivo del segreto messianico: Gesù non
vuole che si sappia che sia Dio, perché prima vuole correggere la nostra
immagine di Dio. Dio è onnipotente, ma non nel senso che intendiamo noi,
giacché si fa impotente per amore. Il Bambino di Betlemme, nella sua povertà e
debolezza, è Dio; il Crocifisso del Gòlgota, nella sua nudità e umiliazione, è
Dio (Mc 15,39). Questo figlio di Davide ci mostra chi è davvero il Signore: è
colui che serve (Mc 10, 45), colui che lava i piedi (Gv 13,5) e si offre come
pane (Gv 6,35.51.53-56). È in questo senso che il figlio di Davide è 'a un tempo' il
Signore: chi lo conosce in questo modo ha scoperto il segreto del regno.
*
"Davide stesso lo chiama Signore"
Dal Catechismo della Chiesa cattolica § 446-451:
Nella traduzione greca dei libri dell'Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè, YHWH, è reso con Kyrios (« Signore »). Da allora Signore diventa il nome più abituale per indicare la stessa divinità del Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di « Signore » per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù riconosciuto così egli stesso come Dio. Gesù stesso attribuisce a sé, in maniera velata, tale titolo allorché discute con i farisei sul senso del salmo 110 (Mc 12,36), ma anche in modo esplicito rivolgendosi ai suoi Apostoli (Gv 13,13). Durante la sua vita pubblica i suoi gesti di potenza sulla natura, sulle malattie, sui demoni, sulla morte e sul peccato, manifestavano la sua sovranità divina.
Molto spesso, nei Vangeli, alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo « Signore ». Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e guarigione. Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del mistero divino di Gesù. Nell'incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: « Mio Signore e mio Dio! » (Gv 20,28). Assume allora una connotazione d'amore e d'affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: « È il Signore! » (Gv 21,7).
Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall'inizio, che la potenza, l'onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù, perché egli è di « natura divina » (Fil 2,6) e perché il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria. Fin dall'inizio della storia cristiana, l'affermazione della signoria di Gesù sul mondo e sulla storia comporta anche il riconoscimento che l'uomo non deve sottomettere la propria libertà personale, in modo assoluto, ad alcun potere terreno, ma soltanto a Dio Padre e al Signore Gesù Cristo: Cesare non è « il Signore »... La preghiera cristiana è contrassegnata dal titolo « Signore », sia che si tratti dell'invito alla preghiera: « Il Signore sia con voi », sia della conclusione della preghiera: « Per il nostro Signore Gesù Cristo », o anche del grido pieno di fiducia e di speranza: «Amen, vieni, Signore Gesù! » (Ap 22,20).



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