Magnifica Humanitas

Pieter Bruegel, La torre di Babele, 1563 (Kunsthistorisches Museum, Wien)


Le emergenze del tempo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa

“Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”, affermava papa Francesco (Laudato sii, 2015).

Oggi la sfida più urgente per la Chiesa e per tutta l’umanità sembra essere la diffusione planetaria dell’Intelligenza Artificiale (IA), una branca dell’informatica che permette alle macchine di simulare capacità e comportamenti dell’essere umano. In sintesi, si tratta di una rete di software capaci di apprendere dall’esperienza, di riconoscere schemi, di comprendere il linguaggio naturale, di risolvere problemi e persino di prendere decisioni. Essa si serve di enormi quantità di dati, caricati ed etichettati da milioni di persone nei data center; ma la governance dell’IA è in mano a poche grandi aziende tecnologiche. Una evidente disparità, che si scontra con la Dottrina sociale della Chiesa – come vedremo.  

L’enciclica Magnifica Humanitas (MH) di papa Leone XIV ha come tema la “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. È un’enciclica sociale, fa cioè riferimento a una questione che interroga la vita umana nella società. In questo si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, che a partire da Leone XIII si interroga sulla società, l’economia e la politica. Papa Leone XIV, infatti, ha pubblicato la Magnifica Humanitas a 135 anni dalla Rerum novarum di Leone XIII.

In realtà, l’espressione “Dottrina sociale della Chiesa” fu impiegata per la prima volta da Pio XII nel 1950, ma il contenuto che essa racchiude, inteso come corpus organico di insegnamenti sociali, ha cominciato appunto a delinearsi con la Rerum novarum del 1891 (MH 29).

La Dottrina sociale della Chiesa è diventata negli anni un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire (MH 3).  Essa non è un paradigma dato una volta per tutte, bensì un corpus vivo, che si confronta di volta in volta con le res novae del tempo: Leone XIII si confrontava con la questione operaia (Rerum novarum, 1891), Pio XI con la grande Crisi del 1929 (Quadragesimo anno, 1931), Giovanni XXIII con i diritti umani ai tempi del nucleare (Pacem in terris, 1961), Paolo VI con lo sviluppo dei popoli (Populorum progressio, 1967), Giovanni Paolo II con il crollo del comunismo (Sollicitudo socialis, 1991), Benedetto XVI con la globalizzazione (Caritas in veritate, 2009), Francesco con la crisi ecologica (Laudato sii, 2015). Ogni volta la Chiesa rilegge la storia alla luce del Vangelo.

Questo è l’aspetto più importante del cap. I: la Dottrina sociale non è un’ingerenza della Chiesa nella politica o nell’economia, bensì la risposta di un’istituzione, che ha 2000 anni di storia, alle domande più urgenti del nostro tempo.

Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo (MH 4). Il papa osserva che un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune (MH 5).

Oggi le domande sono: chi decide come si usa la tecnologia?, chi protegge quelli che rimane indietro?, chi fissa i limiti, quando il mercato non vuole fissarli? Il papa non dà risposte, ma criteri per discernere ciò che umanizza e ciò che disumanizza.

Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino (MH 6).

La Dottrina sociale della Chiesa è frutto di un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi (MH 27). Così compresa, essa diventa una teologia della comunione nella storia; un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia.

La dignità della persona – essa afferma – è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno. Per questo, la persona umana rimane sempre «la via della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 14) e il cuore di ogni autentico cammino di sviluppo umano integrale (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 11) (MH 50). La dignità della persona è morale, sociale, esistenziale, ontologica (MH 52).

I principi della Dottrina sociale (MH 59-81) sono appunto: il principio del bene comune, il principio della destinazione universale dei beni, il principio di sussidiarietà, il principio di solidarietà, il principio della giustizia sociale.

 

Due città – due opzioni

Sullo sfondo di Magnifica Humanitas campeggiano due immagini bibliche: Babele e Gerusalemme (MH 7-8).

La torre di Babele è progetto grandioso costruito senza Dio, fondato sull’orgoglio e sull’efficienza a ogni costo. Tutti parlano la stessa lingua, quella del profitto; ma alla fine la comunicazione si spezza e gli esseri umani non si comprendono più (Gen 11). Questo è esattamente il rischio del paradigma tecnologico attuale – dice Leone XIV.

La seconda immagine è Neemia – leader politico-religioso – che ricostruisce Gerusalemme, pezzo per pezzo, con il contributo di tutti: sacerdoti, artigiani, giovani, donne, ciascuno fa la sua parte (Nee 3). Non un progetto imposto dall’altro, dunque, ma una responsabilità condivisa: questa è l’alternativa alla Babele.

Allora ci si può domandare: il progetto dell’IA a quali criteri risponde? L’IA non viene demonizzata, ma vengono messi in luce fattori di rischio, rispetto alla verità, al lavoro, alla libertà, alla democrazia.

 

Verità, libertà, lavoro

Particolarmente rilevante è il tema della verità in relazione alla democrazia: Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio. Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero.  – Giovanni Paolo II ha riflettuto sulle conseguenze della “crisi intorno alla verità”, giungendo ad affermare che, “persa l’idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza” (Veritatis splendor, 32). Così, viene meno il riconoscimento di verità universalmente valide che ci precedono, e che la coscienza deve accettare (MH, 133).

Il papa ribadisce che la ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce (MH, 134). Il primo compito che abbiamo, sottolinea il papa, è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione (MH, 137).

Tutto questo chiama a una responsabilità educativa: scuole, famiglie e istituzioni educative in primis sono chiamate a educare all’uso dell’IA, proteggendo i più giovani da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario (MH, 140). Il papa mette in guardia dalla pervasività dei media digitali, dall’immediatezza, dalla iperstimolazione, dalla stanchezza e apatia che spesso provocano. Seguono dei suggerimenti, come un invito a un’opzione differente e a una sfida: in campo educativo, lavorativo, socio-politico (MH 139-143)

Si tratta di una sfida a un tempo pedagogica, socio-politica, intellettuale e sapienziale (MH, 144-146).

Altra sfera importante di interazione con l’IA è il lavoro: Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché «mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora” (MH, 150). Non dimentichiamo che la dimensione lavorativa è essenziale all’uomo: esso non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita. È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale (MH, 149). E ancora: Il lavoro resta una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: non soltanto mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità (MH, 154).

Il mercato del lavoro è uno degli ambiti in cui i rischi delle nuove tecnologie emergono con maggiore evidenza (MH 157). Si rileva la necessità di superare gli attuali parametri di misurazione del grado di sviluppo – da oltre ottant’anni ancorati al concetto di Prodotto Interno Lordo – che tralasciano quasi sistematicamente profili essenziali per il benessere complessivo delle persone e dell’ambiente. Necessari nuovi parametri (dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia dell’ambiente (MH, 159). Il papa si spinge a dire che occorre superare il criterio, ormai obsoleto, del PIL per misurare la crescita del Paese: già Paolo VI, peraltro, sottolineava la differenza fra la crescita di un Paese, spesso unilaterale, e il suo sviluppo, auspicabilmente integrale.   

A maggior ragione oggi, nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione (MH 163).

Il papa afferma che occorre vigilare sul controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Esso rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Per questo la libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica (MH 171).

Infine, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli (MH 182). La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche (MH 183).

 

Oltre il limite

Occorre ora domandarsi: che cosa c’è alla base dell’IA? La base ideologica, per così dire, dell’IA sono due correnti: il transumanesimo riguarda un futuro a noi vicino e indica una forma di potenziamento dell’essere umano, che vede quindi l’uomo integrato e completato dall’IA; il postumanesimo riguarda invece un futuro più lontano e cerca una ibridazione fra essere umano, macchina e ambiente. In entrambi i casi si ricerca un superamento dell’umano, secondo una visione futuristica di “uomo potenziato” oppure di “uomo ibridato” con la macchina (MH 115).

Come per la torre di Babele, qui domina il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana (MH 116).

Ma il papa ricorda – e questo è davvero il centro dell’enciclica – che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite (MH 118). Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio (MH 120).

Il papa menziona il neurologo viennese V. Frankl, deportato ad Auschwitz e inventore della logopedia (MH 121)): diceva giustamente che nei momenti di orrore “siamo giunti a conoscere l’uomo come realmente è. Dopo tutto, l’uomo è quell’essere che ha inventato le camere a gas di Auschwitz; tuttavia è anche quell’essere che è entrato proprio in quelle camere a gas con la preghiera del Signore o lo Shemá Israel sulle labbra” (Man’s Search for Meaning. An Introduction to Logotherapy, Boston 1963, 213).

Occorre allora tornare al vero, che è qualcosa di “più che umano”: ci è donato dalla grazia ed è la chiave dell’umanesimo cristiano. Ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma. … Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà, elevata dall’inesauribile grazia divina e ai legami che coltiva (MH 128).

 

Due amori

L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, … dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato (MH 129). Occorre domandarsi, con Giovanni Paolo II, l’IA “rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, più umana? La rende più degna dell’uomo?” (Redemptor hominis, 15). Se la risposta è “sì”, allora possiamo riconoscervi una possibilità buona da abitare con responsabilità, in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana.

Quello che ci guida è un amore: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire. Sant’Agostino descrive la storia umana come luogo di lotta tra due amori, che hanno costruito due modi di abitare il mondo e di convivere, due “città”: da un lato l’amore di Dio e del prossimo, dall’altro l’amore unicamente di sé. “Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé” (De civitate Dei, XIV.28)  (MH 130).

Qual è la logica inversa, che spetta al cristiano indicare come alternativa? Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore” in un’epoca segnata dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. Il transumanesimo e il postumanesimo inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza (MH 232).

Pertanto, il papa invita a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità (MH, 233).

* * *

In conclusione, si possono così enucleare alcuni punti essenziali indicati da papa Leone XIV:

·        La coltivazione del digitale. I modelli moderni di IA sono più coltivati che costruiti, gli sviluppatori non ne progettano ogni dettaglio, ma l’IA cresce su un’architettura, e quindi anche chi la crea non sa esattamente come funziona (MH 98). Ecco perché alla presentazione dell’enciclica era presente Chris Olah dell’Anthropic, uno dei massimi esperti dell’interpretazione dell’IA. Il papa comprende il meccanismo della scatola nera e lo inserisce in un documento magisteriale.

·        I dati come beni comuni. Il papa dice che occorre includere nuovi beni tra quelli universali: brevetti, algoritmi, piattaforme e dati, quando restano in poche mani entrano in contraddizione con la Dottrina sociale della Chiesa. In altri termini, i dati non possono essere proprietà privata assoluta di chi li raccoglie. Questa posizione è un attacco diretto al monopolio tecnologico e un invito a una nuova governance globale dell’IA basata sulla condivisione.

·        Oltre il PIL. Il papa chiede esplicitamente di superare il Prodotto Interno Lordo come parametro di sviluppo, e chiede nuove metriche che includano dignità del lavoro, prosperità condivisa, salvaguardia dell’ambiente. Il PIL è un concetto di 80 anni fa, ma se l’automazione aumenta il PIL, concentra la ricchezza e distrugge la dignità del lavoro, non è progresso, ma regressione antropologica. L’IA deve misurarsi con questi criteri di equità sociale, e non solo sulla produttività numerica di una nazione.

·    L’impronta ecologica. L’enciclica dedica un paragrafo specifico all’impatto ambientale dell’IA: i grandi modelli linguistici consumano un’enorme quantità di energia e acqua, e con la crescita dei sistemi questi bisogni aumentano. Il papa collega espressamente la crisi climatica e la rivoluzione digitale, come due facce della stessa medaglia. L’IA ha un’impronta ecologica reale: non è un’entità astratta nel Cloud, ma pesa sulle risorse del nostro pianeta.

·          Un’etica condivisa. Non basta allineare l’IA ai valori umani, se non discutiamo chi li decide, altrimenti chi controlla l’IA impone la propria visione morale, che diventa l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Serve una discussione condivisa: Non serve un’IA più morale, se questa è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare lì dove tutto accelera, una politica che rimetta l’uomo al centro del codice. È un invito a non lasciare il nostro futuro nelle mani delle grandi corporazioni tecnologiche.

 

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