Giovanni il Precursore

 Voce di uno che grida nel deserto. L’esperienza del deserto custodisce la missione di Giovanni: gridare la conversione per preparare la venuta imminente del Messia. Il deserto è il luogo privilegiato per sperimentare l’obbedienza: la povertà assoluta è la condizione per vivere la dipendenza totale dal Padre (è così per Giovanni come lo sarà per Gesù, ma ancor prima lo era stato per Elia profeta e lo sarà poi per tutti coloro che seguono la vita profetica, eremitica o monastica). 

«Il Precursore di Cristo usava una veste irta di peli di cammello quasi a significare che Cristo stesso, venendo, si sarebbe rivestito del corpo umano, intessuto di tutta l’asprezza dei nostri peccati. E la cintura di pelle non è una figura di questa fragile carne nostra, che prima della venuta di Cristo era dominata dai vizi, mentre dopo è stata imbrigliata nell’esercizio delle virtù?» (Massimo di TorinoDiscorsi).

«Giovanni è la voce, il Signore, invece, «in principio era il Verbo» (Gv 1,1). Giovanni voce nel tempo, Cristo fin dal principio Parola eterna. Togli la parola, che cos’è la voce? Non ha nulla di intellegibile, è strepito a vuoto. La voce, senza la parola, colpisce l’orecchio, non apporta nulla alla mente. Nondimeno, proprio nell’edificazione della nostra mente, ci rendiamo conto dell’ordine delle cose. Se penso a quel che dirò, la parola è già dentro di me; ma, volendo parlare a te, cerco in qual modo sia anche nella tua mente ciò che è già nella mia. Cercando come possa arrivare a te e trovar posto nella tua mente la parola che occupa già la mia, mi servo della voce e, mediante la voce, ti parlo. Il suono della voce ti reca l’intelligenza della parola; appena il suono della voce ti ha recato l’intelligenza della parola, il suono stesso passa oltre; ma la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia.» (Agostino, Discorso 293).

L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia. Finito il deserto, ecco che si manifesta Gesù: ‘ecco l’agnello di Dio…’. Sebbene Giovanni non lo conoscesse, non l’avesse mai visto, ne riconosce immediatamente la presenza al suo passaggio, come gli era già accaduto di sussultare suo grembo della madre Elisabetta alla sola presenza di Maria. Ma che cosa significa propriamente passare dal deserto alla gioia per lo sposo? La fine del deserto e il riconoscimento di Gesù implicano soprattutto che, una volta avvenuta la purificazione, occorre donarsi a Dio nella sua sposa, la Chiesa: un passaggio drammatico, questo, e mai del tutto compiuto; non si deve credere, infatti, che la purificazione preliminare avvenga una volta per tutte, ma al contrario occorre sempre ripartire di lì per poter entrare nella comunione con Dio e nella comunione ecclesiale.

Chi è il vero discepolo? Chi crede nel Figlio, cioè chi crede che attraverso il Figlio gli si rivela il Padre. Quest’affermazione è pregna di significati: può essere intesa anzitutto nel suo valore eminente, quello cristologico (stare alla presenza dello sposo e gioire al solo sentire la sua voce: l’autentica vocazione cristiana è riconoscere la presenza di Cristo); ma possiede anche un valore ecclesiologico (Cristo ha chiesto ai suoi di amarlo nella Chiesa, che è la sua continuazione e il suo corpo nella storia: la Chiesa è strumento della sua manifestazione); infine, ha un significato soteriologico (chi crede nel Figlio ha la vita eterna, nella misura in cui al presente – qui e ora – gli si apre la porta della salvezza, poiché sperimenta la libertà filiale cui da sempre è destinato).

Lui deve crescere; io, invece, diminuire. Ecco: il fatto che Cristo debba crescere significa proprio che occorre continuamente ritrarsi, spogliarsi, abbassarsi, purificarsi, affrancarsi della propria dimensione ‘terrena’, per poter cogliere e accogliere ciò che viene ‘dall’alto’.

Quando il Battista afferma “Lui deve crescere, io invece diminuire” delinea un vero programma esicasta: egli indica la strada dello svuotamento, dell’annullamento di sé, della povertà spirituale, del mettere da parte i pensieri, che è la via dell’esicasmo. È come rientrare in sé, ricondurre il proprio essere dalla molteplicità all’unità, ritrovare la simplicitas, cioè la nudità del cuore, cosa che consente di vedere Dio: è come passare dalla praxis alla theoria. Il silenzio dell’esicasta non è assenza di parole, ma attenzione alerte, vigilanza, e soprattutto ascolto. Ascolto profetico, cioè vuoto interiore per far posto alla voce di Dio.

Giovanni Battista è anzitutto fedele alla sua missione, quella di cercare la verità; inoltre è testimone della verità, tanto da intendere se stesso come strumento di amplificazione: egli è una voce, e non la parola stessa, è lampada, e non la luce stessa. Nella fedeltà alla sua missione Giovanni mostra anche di essere un apostolo, nel dire (gridare persino) la verità, e un pastore, nel praticare il battesimo di conversione. Infine, Giovanni è colui che al culmine della sua vita e della sua missione profetica e pastorale, messo in carcere per la verità, sperimenta il dubbio circa la propria vocazione: è un momento drammatico di estrema libertà, con cui il primo discepolo di Cristo chiede la sua ultima conferma.


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