"non sia turbato il vostro cuore"
5Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". 6Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".
8Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta". 9Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.
Gesù aveva già annunciato ai discepoli che sarebbe andato
via (Gv 13,33; cfr. 8,21). È questo che provoca in loro turbamento
(cap. 14) e poi tristezza (cap. 16). Il turbamento è espressione di
spaesamento, di profonda incertezza e timore di fronte a una perdita, a un
distacco. Gesù stesso è turbato quando vede Maria piangere davanti al defunto
Lazzaro (Gv 11,33); come pure è turbato quando intravede l’avvicinarsi dell’ora
della propria morte (“Ora l’anima mia è turbata”: Gv 12,27); inoltre, Gesù è
turbato dinanzi a un altro tipo di morte, quello del tradimento di uno dei
Dodici (Gv 13,21).
Ora chiede egli stesso ai discepoli di far prevalere la fiducia
in lui e in Dio rispetto al turbamento che abita il loro cuore: “Non sia
turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27). A ben vedere, Gesù
chiede a ciascuno di saper riconoscere quello che ci abita nel profondo: si
direbbe che il turbamento è in superficie…
Tornano alla mente le parole in cui Paolo esorta i cristiani ad
avere i medesimi sentimenti e pensieri che in Cristo Gesù: li invita a
radicare in loro, nel loro pensare e sentire, il pensiero di Cristo, il νοῦς
di Cristo (1Cor 2,16), il sentire di Cristo, il suo φρόνημα
(Fil 2,5). Egli invita, cioè, a far propria la modalità con cui Gesù ha vissuto
la sua umanità.
È singolare che, mentre Gesù annuncia ai discepoli il suo
esodo verso il Padre, rivolge loro una promessa che è come una nuova chiamata,
in cui egli riprende quasi alla lettera parole con cui li ha chiamati a
seguirlo nel suo cammino storico… Gesù aveva stabilito i Dodici “perché
stessero con lui” (Mc 3,14); ora dice loro – questa la promessa, ma anche la
nuova responsabilità a cui li chiama – che va a preparare per loro un posto
affinché possano essere dove anche lui è (Gv 14,2-3). E rivela che il cammino per
trovarsi con lui, è vivere in lui e come lui.
Tornano alla mente le parole del Salmista: Beati quelli che abitano nella tua casa; nei secoli dei secoli ti loderanno (Sal 83,5).
Osserva Agostino, a proposio delle dimore:
“Ma che vuol dire ciò che segue: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (Gv 14,2)? Proprio perché i discepoli temevano anche per se stessi, era necessario che il Signore dicesse loro: Non si turbi il vostro cuore. E chi di loro poteva essere senza timore dopo che il Signore aveva detto a Pietro, il più fiducioso e il meglio disposto tra loro: Non canterà il gallo prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte (Gv 13,38)? C'era di che esser turbati, come se dovesse loro toccare in sorte di doversi separare da lui. Ma sentendosi dire: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore: se così non fosse, ve l'avrei detto: poiché vado a prepararvi un posto (Gv 14,2), si riprendono dal loro turbamento, sicuri e fiduciosi che al di là dei pericoli della prova rimarranno presso Dio, con Cristo. Uno potrà essere più forte di un altro, più sapiente, più giusto, più santo, ma nella casa del Padre vi sono molte dimore; nessuno verrà escluso da quella casa dove ciascuno riceverà la sua dimora secondo il merito. Il denaro che per ordine del padre di famiglia viene dato a quanti hanno lavorato nella vigna, senza distinzione tra chi ha faticato di più e chi di meno, è uguale per tutti (cfr. Mt 20,9); e questo denaro significa la vita eterna dove nessuno vive più di un altro, perché nell'eternità non vi può essere una diversa durata della vita; e le diverse mansioni rappresentano i diversi gradi di meriti che esistono nell'unica vita eterna. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, altro lo splendore delle stelle; sì, perfino stella da stella differisce in splendore; così è per la risurrezione dei morti. Come le stelle in cielo, i santi hanno dimore diverse così come diverso è il loro splendore; ma in grazia dell'unico denaro nessuno viene escluso dal regno. E così Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,41-42), perché, essendo Dio carità (cfr. 1Gv 4,8), per effetto di questa carità ciò che ognuno possiede diventa comune a tutti. In questo modo, infatti, quando uno ama, possiede nell'altro ciò che egli non ha.” (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 67,2)
Rimanete in me e io rimarrò in voi (Gv 15,4): ecco
il punto di snodo, la chiave di volta del passaggio dal turbamento alla fiducia.
Cristo lascia i suoi discepoli e sale al Padre, e nel fare
questo chiede loro la fede (cf. Gv 14,1.10.11.12). La chiesa
fondata sul Crocifisso Risorto è quell’insieme dei credenti,
impegnati a “offrire sacrifici spirituali graditi a Dio” (1Pt 2,5): il
riferimento è alla liturgia, ma in senso più esteso al culto
nell’esistenza quotidiana, l’invito a fare del quotidiano il luogo
dell’adorazione di Dio in cui il credente offre il proprio corpo in “sacrificio
vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1).
E questo a partire dalla fede in Gesù, che è l’umanità di
Dio: il volto divino che nell’Antico Testamento nessuno poteva vedere, pena la
morte (“nessun uomo può vedermi e restare vivo”: Es 33,20), ora si è reso
visibile e può essere contemplato nel volto di Gesù di Nazaret. “Chi ha visto
me, ha visto il Padre” (Gv 14,9), dice Gesù a Filippo. Nell’AT vedere il volto
di Dio e pronunciare il suo nome erano interdetti, perché significavano usare
Dio, cioè divenire idolatri; ora il senso profondo dell’impoverimento di Dio nella
sua kenosi implica il suo mostrarsi nel volto del rabbi Gesù di Nazareth.
Per vedere Dio occorre seguire l’uomo Gesù, cioè Dio nel
volto di un uomo. Questo ossimoro è ribadito da Pietro: voi siete “pietre
vive” (1Pt 2,5). Pietre, sì, ma viventi. Peraltro il Cristo risorto è “pietra
scartata dai costruttori, ma scelta da Dio e divenuta pietra angolare”
(1Pt 2,7).



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