Inno allo Spirito
Un inno allo Spirito: la Novena di Pentecoste di Edith Stein (1937)
Negli anni
1936/37 Edith si occupava a Colonia della sua opera maggiore, Essere finito
ed essere eterno (Endliches und ewiges Sein. Versuch eines Aufstiegs zum
Sinn des Seins),
frutto maturo della sua formazione fenomenologica, che ella applicava – ben al
di là di Husserl e Scheler – all’ontologia classica. Quest’opera è concepita
letteralmente come una risposta a Essere e tempo di Heidegger, a
cui si riferisce palesemente il sottotitolo: Tentativo di elevarsi al senso
dell’essere. Questa elevazione al di sopra dell’essere finito (ens),
con l’ausilio di Aristotele e Tommaso d’Aquino, conduce all’Essere eterno (esse)
e di lì si volge, attraverso Agostino, alla teologia della Trinità, esplicita forma dell’Essere.
Edith lavora
sostanzialmente con l’analogia, in parte agostiniana in parte tommasiana, fra
il creato e il Creatore trino, partendo dalla relazione filosofica di a) forma
essenziale, b) conferimento di senso, c) forza o potenza di configurazione, che
si mostrano in ogni ente. Nell’unica divinità sono distinguibili, al di là dei
principi di creazione trina, il Padre come autonomia nell’essenza (οὐσία), il Figlio come significato e senso (λόγος) e lo
Spirito Santo come forza ed effetto (εἶδος). In altre parole, il Padre è visto
come la fonte originaria, il Figlio come l’espressione o la manifestazione di
questa fonte, e lo Spirito Santo come la potenza dinamica che opera nel mondo e
nei credenti.
”Oὐσία” si riferisce all’essenza, alla sostanza, o alla natura
divina in sé e per sé. Il Padre è visto come la fonte primaria, l’origine
di tutto ciò che esiste, e quindi, l’autonomia in questa essenza. “Lόγος”
può essere tradotto come “Parola”, “Significato”, o “Ragione”. Nel
contesto trinitario, il Figlio è l’espressione o la manifestazione del Padre,
la rivelazione della sua natura divina. Il Figlio è la via attraverso cui
il Padre si rende comprensibile all’umanità. “Eἶδος”
può essere tradotto come “forma”, “aspetto”, o “effetto”. Lo Spirito Santo
è visto come la forza dinamica che opera nel mondo, la presenza attiva di Dio
tra gli esseri umani, che ispira, guida e dà forza ai credenti.
La forza
efficiente determina lo Spirito come pienezza, che è sazia di senso, o meglio
come pienezza di vita; infatti lo Spirito è vita e vivifica, è infine Vita in
persona. Nella
relazione fra le tre Persone divine, lo Spirito Santo scaturisce dall’amore tra
il Padre e il Figlio: è una cosa sola nel noi. Per dirla con Agostino: poiché
Dio ama se stesso, in lui l’amante, l’amato e la dinamica dell’amore sono una
cosa sola.
In questo
intimo intreccio si svolge la dinamica divina nella creazione: “Quando il
Figlio e il Padre si amano, il loro donarsi reciproco è nello stesso tempo atto
libero della Persona dell’amore. L’amore però è vita nel grado più alto:
essere che si dona eternamente, senza subire diminuzioni, che porta frutti
eternamente. Lo Spirito Santo è quindi il dono: non solo il donarsi
delle Persone divine, ma il donarsi della divinità ‘al di fuori’; comprende in
sé tutti i doni di Dio alle creature” (E. Stein, Essere finito ed Essere
eterno; cfr.
Duns Scoto, Quaestiones disputatae de rerum principio, q. 4, § 6).
Pertanto conduce anche le creature alla santità, che significa appunto amore
per Dio.
Il tutto,
costituito di forma e materia, è autonomo, pieno di senso e forza efficace o
efficiente. Infatti la forma essenziale è già dono di senso e pienezza
dell’essere, anche nei corpi senza vita. “La sua forza dell’essere è qui
forza per configurare nello spazio e agire nello spazio”. Così lo Spirito Santo
è addirittura archetipo “di quell’irradiare spirituale della propria essenza,
proprio anche delle immagini materiali”.
Applicato
alla teoria della conoscenza, lo Spirito diviene sperimentabile anche nelle
immagini sensibili in maniera fisica e impersonale, nella misura in cui queste
sono comprensibili e hanno un significato per la persona che conosce. Simili
determinazioni trinitarie, ma più estese, valgono per le piante e gli animali.
Per gli uomini la determinazione trinitaria è più profonda: l’anima è qualcosa
di posto su se stesso, è senso e forza in un incomparabile darsi, è effetto
dello Spirito Santo. Lo Spirito arriva fino alla conoscenza di sé e all’amore
di sé, che è contemporaneamente dono e compito, effettuato in libertà e
accompagnato dalla gioia nel donarsi. In questo si fondano le determinazioni
trinitarie dell’uomo secondo Agostino.
La novità
nell’interpretazione di Edith è l’effetto completo dello Spirito Santo fino al
piano di ciò che è senza vita. In questo ella si volge contro Heidegger e la
sua visione dell’ente permeato dal nulla.
Questo
contesto filosofico fa da sfondo anche alla produzione poetica di Edith Stein:
ella compone inni, poesie, preghiere, in cui si trovano immagini dello Spirito
Santo molto forti. In particolare, spicca un inno composto per la novena di
Pentecoste del 16 maggio 1937 (E. Stein, Geistliche Texte II), cioè all’incirca
contemporaneo alla stesura di Essere finito ed Essere eterno.
Edith Stein, Novena di Pentecoste (1937)
I
Chi sei Tu,
dolce Luce, che mi riempi
E rischiari
l’oscurità del mio cuore?
Tu mi guidi
come mano di una madre,
E se Tu mi
lasciassi andare, non saprei più fare un passo in avanti.
Tu sei lo
spazio che circonda e racchiude il mio essere,
Se Tu mi
lasciassi, esso sprofonderebbe nell’abisso
Del nulla,
dal quale lo hai tratto all’essere.
Tu, più
vicino a me di me stessa
E più
intimo del mio intimo –
Eppure
impenetrabile e incomprendibile
Sopravanzi
ogni nome:
Spirito Santo
– Eterno Amore.
II
Non sei Tu la
dolce Manna,
Che dal cuore
del Figlio si riversa nel mio cuore,
Nutrimento
agli Angeli e ai Beati?
Colui che si
è levato da morte a nuova vita,
Ha
risvegliato anche me a nuova vita
Dal sonno
della morte,
E nuova vita
mi dona di giorno in giorno,
E un giorno
la sua pienezza mi inonderà,
Vita della
Tua vita – sì, proprio Tu:
Spirito Santo
– Eterna Vita.
III
Sei Tu il Raggio,
Che si
abbatte fulmineo dal trono del Giudice eterno
E irrompe
nella notte dell’anima,
Che non ha
mai conosciuto se stessa?
Misericordioso-inesorabile
penetra nelle pieghe nascoste.
Spaventata
dalla vista di se stessa,
(l’anima) Fa
spazio al sacro timore,
Inizio di
quella sapienza
Che viene
dall’alto e all’alto ci àncora,
Alla Tua
opera che ci rinnova:
Spirito Santo
– Raggio che tutto pervade.
IV
Sei Tu la Pienezza
dello Spirito e della Forza,
con cui
l’Agnello scioglie i sigilli
dell’eterno
Decreto di Dio?
Guidati da Te
i messaggeri del Giudizio corrono per il mondo
E con spada
affilata separano
Il regno
della Luce dal regno della Notte.
Allora il
cielo si rinnova e si rinnova la terra,
E tutto va al
giusto posto
Con il Tuo
Soffio:
Spirito Santo
– Forza che trionfa.
V
Sei Tu il Maestro
che costruisce il duomo eterno,
Che si erge
dalla terra al cielo?
Da Te animate
si innalzano le colonne
E stanno
saldamente ancorate.
Definite
dall’eterno Nome di Dio
Si innalzano
verso la luce
E portano la
cupola, che termina il santo duomo coronandolo:
La Tua opera
universale,
Spirito Santo
– Mano di Dio che dà forma.
VI
Sei Tu che
hai creato lo Specchio limpido,
Prima di
tutto il trono dell’Altissimo,
Simile a un
mare di cristallo,
In cui la
Divinità si ammira con amore?
Ti pieghi
sull’opera più bella della Tua creazione,
E raggiante
il Tuo proprio splendore ti irradia
E pura
bellezza di ogni essere
Unita
nell’amabile figura
Della
vergine, Tua sposa senza macchia: (Ef
1,4)
Spirito Santo
– Creatore del Tutto.
VII
Sei Tu il
dolce Canto dell’amore e della sacra timidezza,
Che sempre
risuona attorno al trono del Trino,
Che sposa in
sé puro suono di ogni essere?
L’armonia che
congiunge le membra alla testa,
In cui
ciascuno trova rianimato il senso segreto del proprio essere
E proclama
esultando,
Liberamente
sciolto nel suo fluire:
Spirito Santo
– Eterna Esultanza.
(traduzione di G. D'Aniello)
Formalmente
si tratta di un poema di sette strofe in versi sciolti, senza rima: le strofe
hanno lunghezza diversa, da 8 a 12 versi. Restano più o meno invariati solo
l’inizio e la fine della strofa: alla reiterata domanda “Chi sei?” o “Sei
Tu...?” seguono risposte, in parte formulate personalmente, in parte tratte dal Salterio, dal libro della Sapienza, dall’Apocalisse. Anche questi passi non
vengono però semplicemente citati, ma elaborati in una sintesi personale. Alla
fine di ogni strofa, una parola sintetica sembra fornire una risposta alla
domanda iniziale.
Questa forma
molto libera sorprende: avendo studiato Germanistica, Edith Stein si era
occupata della poesia del tedesco medievale e moderno; amava la letteratura e
ne conosceva forme, stili, generi. Il fatto che qui ella stessa scriva “senza
forma” potrebbe indicare un’esperienza profonda, forse persino estatica. Perché
nell’esuberanza della metamorfosi dello Spirito fluiscono tra loro, in un climax,
dapprima luce e flussi, poi fuoco, spirito nella storia, nella costruzione
della Chiesa, nella Vergine, alla fine in tutti gli esseri.
I. LUCE – MANO DELLA MADRE. Un’immagine dischiude un’altra immagine in un crescendo: la “dolce luce” dell’inizio conduce alla “mano di una madre”, diventa “spazio che circonda il mio essere” e lo protegge dal nulla. C’è un aspetto essenziale della vita materna: evitare che la vita cada nel vuoto, sorreggere il peso della vita per impedire che precipiti nel non senso. Freud definisce la madre il primo soccorritore: la madre è chi risponde alla nostra domanda di presenza. E la generazione, oltre ad essere un’esperienza corporea, è sempre un evento della parola, datrice di senso.
C’è poi una frase tratta dalle Confessioni di Agostino: intimo più del mio intimo (“intimior intimo meo”: III,6.11), che tuttavia resta “inafferrabile e incomprensibile”, qualcosa che “sopravanza ogni nome”, fino a sfociare nell’ETERNO AMORE.
II.
MANNA.
Questo cibo, nutrimento per angeli e beati, è “dolce manna”, che si riversa
“dal cuore del Figlio” risorto nel proprio cuore. È un cibo che vivifica il
proprio cuore, lo ridesta di giorno in giorno a vita nuova, dalla morte alla
“pienezza”. ETERNA VITA.
III.
RAGGIO.
Poi l’immagine si sposta, giungendo a un raggio di fuoco che si abbatte come un
fulmine e sprofonda nel grande ossimoro “misericordioso-inesorabile”,
penetrando in ciò che è nascosto. Irrompe nella notte dell’anima (immagine che
ricorda Juan de la Cruz), penetra nelle pieghe nascoste: l’anima si spaventa al
vedersi; ma il sacro timore è inizio di sapienza (Sal 110,10; Pr 1,7). Siamo
ancorati nell’alto. RAGGIO CHE TUTTO PERVADE.
IV.
PIENEZZA:
in maniera apocalittica (nel 1937!) lo Spirito diventa pienezza e forza,
sciogliendo i sigilli dell’Agnello (Ap 5,7). I messaggeri corrono ovunque, e
con una spada affilata separano tenebre e luce (Ap 6,2), fanno nuovi cielo e
terra (Sal 103,24; Ap 21,1). “E tutto va al giusto posto con il Tuo soffio” –
come FORZA CHE TRIONFA.
V.
MAESTRO.
Chiesa vivente, sostenuta da colonne portanti e coronata da una cupola: ecco
l’opera del Maestro. “La Tua opera universale”. MANO DI DIO che dà forma.
VI.
SPECCHIO.
Segue un’immagine tipica della tradizione mariana: uno “specchio limpido”, un
“mare di cristallo”, in cui Dio si osserva con amore, in trasparenza.
C’è poi un’altra luce, quella del volto. Il processo di riconoscimento avviene
attraverso lo sguardo dell’altro: il volto dell’altro è il primo specchio.
Quindi, il primo vero specchio è il volto della madre. La cifra della maternità
è nell’attesa. Come Maria, che fa esperienza di qualcosa che vive del suo corpo
ma non le appartiene, così tutte le madri hanno questa percezione: ospitano e
crescono la vita, ma su di essa non hanno alcun diritto. L’opera più bella, in
cui risplende “il tuo proprio splendore”: VERGINE SPOSA (Ef 1,4). In essa tutto
lo Spirito-Creatore viene incontro senza macchia.
VII.
CANTO
D’AMORE e di sacra timidezza. Alla fine tutto si trasforma in suoni, senso e
unità e in un’esultanza che sgorga: tutti gli esseri cantano all’unisono, dalle
membra alla testa. “Liberamente sciolto nel suo fluire” è l’ultima invocazione.
ETERNA ESULTANZA.
Edith Stein fa solo scarse allusioni alla sua vita interiore, soprattutto nelle lettere. Anche nei suoi due ultimi lavori, la traduzione di Dionigi Areopagita con una sua introduzione (“Vie della conoscenza di Dio”) e la Scienza della croce ispirata a Giovanni della Croce (1942), ella nasconde probabilmente delle esperienze personali con le parole degli autori: certo, non potrebbe scrivere tali commenti se non fosse compenetrata con l’esperienza dei due padri della mistica occidentale.
Così si può
forse avanzare l’ipotesi che la novena di Pentecoste disveli nella narrazione
una forte irruzione dello Spirito Santo. Ne è indice il fatto che Edith parli
spesso apertamente di sé, adoperando aggettivi possessivi: il “mio cuore”, il
“mio essere”, e “la sua pienezza mi inonderà”. A partire dalla IV strofa si
arriva al “noi”: alla storia comune della salvezza, alla Chiesa, alla creazione
sponsale, alle nozze gioiose. Ma è solo dal tocco personale delle prime due
strofe che il canto si riversa in questo grande insieme. Se non è così, allora Secretum
meum mihi (risposta di Edith a una domanda di Hedwig Conrad-Martius nel
1921) – qui si apre il cuore di Edith Stein.
Questo inno
si direbbe un itinerarium mentis in Deum, poiché ripercorre con delle
immagini le tappe della storia salvifica e al tempo stesso dischiude una
visione ecclesiale: la creazione (luce), il percorso degli Israeliti del
deserto (manna), l’illuminazione dell’anima (raggio), il disvelamento dei sigilli
e la ricreazione di cielo e terra (forza che trionfa), il maestro che
costruisce la chiesa (mano di Dio che dà forma), il mare di cristallo in cui
emerge la bellezza della vergine sposa (specchio), il canto finale intonato
all’unisono da tutti gli esseri viventi (giubilo di eterna esultanza).


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