Sion, monte di Dio

 

Il luogo della dimora

Dimora (in ebraico מִשְׁכָּן miškān), è un termine costruito sulla radice škn, che significa dimorare, abitare (da cui sede, tabernacolo). La traduzione dei LXX è il greco σκηνή, che significa tenda ed esprime il senso autentico del dimorare. La tenda indica tanto un luogo in cui abitare, quanto coloro che vi abitano. Nell’antico Israele, la tenda era sinonimo del lungo cammino attraverso il deserto verso la terra promessa: la tenda era, infatti, il luogo concreto della presenza di Dio che guidava il suo popolo. 

In Gen 18,1-15, il Signore appare ad Abramo sotto le querce di Mamre, proprio mentre gli riposava all’ingresso della tenda. Noi sappiamo che è il Signore a visitarlo; Abramo, invece, vede lì per lì solo tre ospiti, non sapendo che è il Signore stesso a visitarlo.

Sion è la città di Dio: “il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe. Di te si dicono cose stupende, città di Dio.” (Sal 86,2-3).

“Annunziate ogni giorno la sua salvezza”, si legge nel I libro delle Cronache (16,23), dove si fa riferimento al re Davide che consegna ai cantori l’inno per installare l’Arca sotto la Tenda (1Cr 16,8-36).

Il salmista Davide inneggia spesso alla casa di Dio e al bisogno dell’uomo di dimorarvi:

“Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (Sal 26/27,4).  

“Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! – Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.  – Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa; stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende dei malvagi.” (Sal 83/84,2.4.11).

“Il suo monte santo, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re” (Sal 47/48,3).

“Per quarant’anni mi disgustò quella generazione e dissi: ‘Sono un popolo dal cuore traviato,
non conoscono le mie vie’. Perciò ho giurato nella mia ira: ‘Non entreranno nel luogo del mio riposo’” (Sal 94/95,10-11).

Israele soffriva per la perdita dell’Arca, considerata un segno tangibile della presenza di Dio in mezzo al popolo e una fonte di memoria della sua alleanza col popolo. “Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro” (Es 15,8).

Il re Davide desiderava ritrovare l’Arca, per dare ad essa una degna dimora: “Non entrerò sotto il tetto della mia casa, non mi stenderò sul mio giaciglio, non concederò sonno ai miei occhi né riposo alle mie palpebre, finché non trovi una sede per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe”. “Entriamo nella sua dimora, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi” (Sal 132,3-5.7). La ritrova nei campi di Iàar, distretto di Èfrata (Sal 132,6), e, solennemente, la porta in Gerusalemme, collocandola nella Tenda che egli stesso aveva fatto costruire.

Il Salmo 132 è probabilmente un inno liturgico: sembra accompagnare un rito processionale verso l’Arca. Nel salmo c’è un duplice giuramento: da una parte Davide promette di costruire una casa per il Signore, dall’altra il Signore promette a Davide di abitarvi e donare frutti alla terra.

Il Salmista ricorda spesso la dimensione dell’abitare connessa alla presenza del Signore: “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!” (Sal 84,2); “Il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe” (Sal 87,2).

Si leva anche una voce dall’esilio, in un salmo (spesso censurato nell’immagine finale dei bambini sfracellati sulla pietra) che esprime un dolore acuto: “Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: ‘Cantateci i canti di Sion!’. Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia” (Sal 137,1-6).

Un canto apparentemente nostalgico, ma in realtà pervaso di un forte struggimento e sdegno: lo struggimento deriva dalla perdita della dimora e dalla condizione esule; lo sdegno deriva dalla richiesta al popolo di Israele di cantare in terra straniera componimenti sacri a scopo di divertimento, cosa che il popolo rifiuta.   

 

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