Re della Gloria
RE DELLA GLORIA
Un motivo iconografico particolare,
raffigurante il corpo di Cristo dopo la Passione in Croce, risulta molto
diffuso nel mondo bizantino col titolo di Suprema Umiliazione (άκρα
ταπείνωσις). Questo stesso motivo ha poi avuto una discreta espansione in
Occidente, assumendo per lo più il titolo di Cristo in Pietà o
Imago Pietatis.
Akra Tapeinosis (fine XIV sec.)
Nel XV secolo si manifestano
poi delle correnti spirituali incentrate in modo specifico sulla Sequela
Christi, ovvero sulla necessità di vivere secondo l’esempio di Gesù. Il
movimento forse più noto è la Devotio moderna, nata nelle Fiandre
a partire dall’esperienza di Geert Groote, che aveva come manifesto spirituale la Imitatio
Christi, uno scritto di spiritualità attribuito a Thomas à Kempis. Il nucleo
di tale movimento era un’intima pietà, cioè una religiosità individuale e
soggettiva – contrapposta alla pietà collettiva di stampo medievale – e una meditazione
continuata della Passione e dell’Eucarestia.
“Con Cristo in Pietà
si intende una raffigurazione del Cristo morto che si erge dal sepolcro, talora
affiancato da angeli o da Maria e Giovanni dolenti. Si tratta di un’immagine
ingannevolmente semplice, che comprendeva però un numero infinito di varianti.
Ad esempio, le braccia di Cristo potevano essere raffigurate incrociate davanti
al corpo, a imitare il modo in cui i cadaveri venivano composti nel sepolcro,
oppure aperte e spalancate, o nel gesto dell’ostensio vulnerum, ovvero
con la mano destra sulla ferita del costato…” (C.T. Gallori, Il
monogramma dei nomi di Gesù e Maria. Storia di un’iconografia tra scrittura e
immagine, 2011).
Ci sono quindi molte
varianti del medesimo motivo iconografico: il Cristo morto si erge dal sepolcro
da solo, oppure accompagnato da Maria, o ancora insieme ai Dolenti (Maria e
Giovanni); talvolta sono presenti due o più angeli (come nella Engelpietà di
tradizione germanica); talvolta Gesù ha le braccia incrociate, talaltra ha i
palmi delle mani aperti. Inoltre, si può trovare anche il Cristo vivo che
mostra le ferite (Ostensio vulnerum), spesso circondato dagli
strumenti della Passione (Arma Christi), col costato aperto da
cui sgorga il sangue, raccolto in un calice.
Un punto di vista più settoriale è quello di E. Panofsky, secondo cui la vera Imago Pietatis si riferisce unicamente all’immagine conservata nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, raffigurante l’apparizione di Cristo durante la Messa di San Gregorio (E. Panofsky, Imago Pietatis, 1927).
Imago Pietatis, mosaico bizantino, Roma, chiesa di Santa Croce in Gerusalemme
Questa icona riporta
sulla Croce, alle spalle di Cristo, l’insegna O BASILEUS TES DOXES, cioè
il Re della Gloria. Il titolo di ‘Re della Gloria’ è presente nelle
Scritture, in particolare nel Salmo 24:
Chi
è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia.
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria.
(Sal 24,7-9).
Il Salmo 24 viene
ripreso da Gregorio di Nissa in un’Omelia dal titolo In Ascensionem Christi.
Qui egli descrive il momento in cui Cristo sale al cielo, con i segni della
Passione ancora visibili, talmente sfigurato da essere irriconoscibile agli
angeli, che ne impediscono l’ingresso in cielo. Recitando poi il Salmo 24, al
versetto che dice il Re degli eserciti è il Re della Gloria, gli angeli finalmente
lo riconoscono e lo fanno passare.
Non è certo che
l’iconografia dell’Imago Pietatis risenta di un tale riferimento
letterario: tuttavia, se non proprio la raffigurazione del mosaico di Santa
Croce in Gerusalemme, forse almeno le varie raffigurazioni del Cristo
in Pietà con angeli.
Donatello, Imago Pietatis, bassorilievo in bronzo, Padova, tomba del Santo.
Nymphìos, tardo XVI sec., icona di Scuola veneto-cretese (cerchia di Teofane), monastero di Iviron (Athos)
Questa icona è
attribuita alla scuola veneto-cretese, cui faceva capo l’iconografo Teofane, risale
alla seconda metà del XVI secolo e oggi si trova nel monastero di Iviron sul
monte Athos.
Anche questa icona
presenta sulla Croce l’insegna: Ο ΒΑΣΛ ΤΔΞ, un’abbreviazione di ὁ Βασιλεὺς τῆς
δόξης (nella Bibbia dei LXX: Sal 23,7-9), che significa appunto “Re della
gloria”. È conosciuta, tuttavia, come l’icona del Nymphìos, lo Sposo che
la Chiesa sposa, simbolo dell’attesa che percorre tutta la Quaresima, un’attesa
di incontrare il nuovo Adamo. Questi si manifesta sulla Croce, e quale Nuovo
Adamo genera dal fianco squarciato la Nuova Eva, la Madre dei viventi: la
Chiesa (cfr. Gen 2,21-24).
L’osservazione di
Gregorio di Nissa è ben applicabile a questa icona: il Cristo, sebbene abbia
gli occhi chiusi, mostra un’espressione dolce e serena, e sembra quasi levarsi
dal sepolcro, con la Madre che gli si accosta sfiorando le gote.
Il legno del patibolo
diviene un talamo nuziale, è l’altare del sacrificio dove il corpo e il sangue
del Signore sono offerti e donati. Spesso, in tale motivo iconografico, si
legge sul bordo superiore: “Non piangermi, Madre, vedendomi nel sepolcro”.
Nelle chiese di rito
bizantino, l’icona Cristo Sposo viene posta alla venerazione
dei fedeli durante la Settimana Santa, in cui domina il tema delle nozze di Dio
con l’umanità. L’icona favorisce l’ingresso in preghiera durante il Triduo
pasquale: l’icona viene portata in processione, cantando il tropario “Ecco
lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante,
indegno quel servo che troverà negligente”, per essere poi baciata dai
fedeli.
“Sul Calvario
contempliamo due altari: uno nel cuore di Maria, l’altro nel corpo di Cristo.
Il Cristo immolava la sua carne, Maria la sua anima” (Arnaldo di
Chartres).
La figura di
Maria-Chiesa come Sposa di Cristo è comparsa nel Medioevo latino: in Maria è
prefigurata tutta la Chiesa, perché ella è “piena di grazia” (Lc 1,28) – e
con lei anche tutta la Chiesa.
“Maria ci ha dato il
pane che conforta, in luogo del pane che affatica datoci da Eva” (Efrem
Siro).
Maria è Madre della
Chiesa. Dalla Croce, Cristo dice alla Madre: “Ecco il tuo figlio” (Gv
19,26). Qualsiasi fedele, che si fa discepolo di Gesù, diviene pienamente
figlio di Maria e figlio adottivo di Dio. “Se tu battezzato non hai
riposato sul petto di Gesù e non hai ricevuto da Gesù Maria come tua madre, non
puoi comprendere Cristo” (Origene) o ancora: “Come Eva è madre
di Abele e dei suoi discendenti, così Maria, Eva nuova, è madre di Cristo (vero
Abele) e di tutti noi” (Ireneo di Lione).
La Chiesa è Madre, come Maria. Questo parallelismo è stato istituito molto
presto: già nel II secolo Giustino, martire e apologeta, scrive: “Adamo
ed Eva erano stati, in mano al diavolo, strumenti di morte; Cristo e Maria, in
mano a Dio, sono strumenti di salvezza. Ecco che la Chiesa è madre come Maria.
Cristo ricolma la Chiesa del suo amore forte, fedele e tenero, fino a morire
per lei; la Chiesa gli risponde catturata dall’amore con cui è amata”.
La Chiesa è la Sposa del Signore. Cristo è “lo sposo con noi” (Mt 9,15),
che col suo sangue genera l’umanità nuova. La Chiesa è amata da Cristo come sua
sposa; e a sua volta ama Cristo con cuore di sposa. La vita stessa della Chiesa
è “ormai nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3). O ancora: “La
nuova Gerusalemme ornata come una sposa pronta per andare incontro allo sposo” (Ap
21,2). Sicché tutti i battezzati partecipano della sponsalità della Chiesa.
Maria è la Sposa del
Signore. “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua
ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato
Figlio di Dio” (Lc 1,35). La Chiesa è la Sposa del Signore Gesù. Se Maria
prefigura la Chiesa, allora Maria è anche Sposa. “Gioisci Vergine e Sposa”
(Inno Akathistos).
Maria è raffigurata
sempre alla destra di Gesù. Viene in mente il Salmo 44: alla tua destra
la regina in ori di Ofir…. Maria, con dolore e dolcezza insieme, si tiene
stretta al Figlio, con cui sembra imbastire un dialogo misterioso. È avvolta in
un manto color terra, simbolo della condizione creaturale, lei che era umile
come una serva.
La posizione
eretta di Gesù fa pensare, ancora, al Risorto che intercede a favore degli
uomini (cfr. Eb 7,25: può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui
si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore;
Rm 8,34: Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato,
sta alla destra di Dio e intercede per noi?). I segni della Passione, del
resto, sono segni luminosi.
Non
ha apparenza né bellezza
da attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini
Uomo dei dolori che ben conosce il patire,
uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui:
per le sue piaghe noi siamo stati guariti
(Is 53,2-5)
A ben vedere, nella
nostra icona Gesù è legato, ma non si vedono i legacci: è il nuovo Isacco
portato al sacrificio per amore (Gen 22,2). Il laccio che lega le braccia
dell’Agnello è l’amore sponsale di Cristo verso la Chiesa. È un legame
invisibile, perché dev’essere trovato da chi contempla l’icona. Dal costato
trapassato escono sangue e acqua, cioè la nuova effusione di Spirito che
realizza la promessa: “Chi ha sete venga a me e beva chi creda in me. Dal
mio intimo usciranno fiumi d’acqua viva” (Gv 7,37-38).
Il capo è reclinato verso la Madre in segno di accettazione: “vengo a fare la tua volontà”. Ora “tutto è compiuto” (Gv 19,30): gli occhi chiusi di Gesù esprimono il misterioso passaggio dalla morte alla vita. Ora si compie la promessa anticipata dalle nozze di Cana quando, come Sposo, siglando l’alleanza nuova, trasformò l’acqua in ottimo vino: quel segno era avvenuto per la richiesta discreta e insistente di Maria, Sposa, Regina, Madre, Chiesa. ‘Fate quello che vi dirà’ (Gv 2,5), anticipando il mandato eucaristico: Fate questo in memoria di me (Lc 22,19).
L’oro del fondo diviene
quasi luce in creata, neutralizza ogni ambientazione e storicità dell’evento,
fa rifulgere il Cristo che sembra già quasi “in gloria”… appunto un Re della
Gloria.
“L’essere immateriale
e incorporeo, la sempiterna Luce che ha la sua esistenza dalla Luce incorporea
prima del tempo, prende corpo dalla Madre di Dio ed esce come uno sposo dal
talamo, restando Dio diviene figlio di questa terra” (Giovanni Damasceno).


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