La terra: dono e segno di alleanza
Michelangelo, Geremia (1508/12), Cappella Sistina, Roma
“Vi ho condotto in una terra generosa” (Ger 2,7)
Nell’Antico Testamento l’esperienza di Israele è segnata fin dall’inizio dal dono e dal suo abuso, quasi riflesso di Genesi 3, in cui l’uomo e la donna creati e posti nel giardino ne stravolgono l’ordine. Israele, tratto dalla condizione di non-esistenza della schiavitù egiziana, viene generato da Dio come soggetto libero e introdotto nella terra promessa. È un atto gratuito di consegna di una terra-giardino (karmel) fertile, segno dell’Alleanza e delle generose premure di Dio.
“Io vi ho condotto in una terra generosa, perché ne poteste
mangiare i suoi frutti e le sue bontà. Ma voi appena entrati avete contaminato
la mia terra e avete fatto della mia eredità un abominio” (Ger 2,7). Nonostante
le tracce di nomadismo, per la rivelazione biblica l’abitare nella terra, anzi
il dimorare stabilmente in essa è il segno del compimento delle promesse e
della benedizione derivante dalle alleanze di Dio con Israele. L’evento fondativo
dell’Esodo non è soltanto l’uscita dall’Egitto, ma soprattutto l’entrata nella
terra di Canaan. Israele da schiavo diventa libero, da forestiero assume lo
status del residente, di colui che può abitare a pieno titolo la terra di Dio.
Tuttavia, il dono della terra è spesso occasione di abuso, incorrendo nel rischio della desolazione. Così il profeta Isaia denuncia l’avidità e l’ingiustizia presentandone le conseguenze: “Alle mie orecchie il Signore degli eserciti ha giurato: certo molte case diventeranno una desolazione, quelle spaziose e belle rimarranno senza abitante. Poiché 10 iugeri di vigna produrranno solo un bath e un homer di seme produrrà un’efa” (Is 5,8-10).
Confessioni di un profeta
Testimone di alterne vicende del piccolo regno di Giuda fra
il VII e il VI secolo a.C., Geremia percepisce fin dall’inizio come lontano dal
proprio modo di pensare, dalle proprie convinzioni e aspirazioni profonde. La
franchezza del suo annuncio profetico gli costa molta sofferenza e il rifiuto
da parte dei più, specialmente fra coloro che avevano delle responsabilità. Uno
dei temi principali di Geremia è l’atteggiamento nei confronti della potenza
allora dominante, cioè Babilonia nell’aria vicino-orientale, che perseguiva una
politica di accordi con altre potenze, soprattutto con l’Egitto. Geremia invita
a piegare il collo al giogo del re di Babilonia e rimanere a lui soggetti per
aver salva la vita (Ger 27,12).
Babilonia è presentata non come l’abominio delle genti, ma
in modo positivo come il luogo in cui il popolo deportato è chiamato a
stabilire la propria dimora e a cercare la pace. Al cap. 29 si legge una lettera
agli esiliati, uno scambio di corrispondenza fra coloro che erano rimasti a
Gerusalemme e i deportati a Babilonia, all’indomani della prima deportazione
avvenuta nel 597 a.C., per mano del re Nabucodonosor.
Questo il responso profetico: Israele non è stato deportato
per una circostanza avversa o per un gioco crudele del destino, ma è Dio stesso
che ha sovranamente deciso di mandare in esilio il suo popolo facendolo
deportare a Babilonia per mano di Nabucodonosor.
“Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i
frutti, prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, moltiplicatevi e non
diminuite, cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare e
pregate per esso il Signore perché dal benessere suo dipende il vostro” (Ger
29,5-7).
Geremia formula da parte di Dio lo stesso invito alla
stabilità al popolo esiliato in Babilonia. Che cosa c’è infatti di più stabile
della costruzione di una casa con annessi gli impianti agricoli da cui trarre
regolare sostentamento? Che cosa c’è di più duraturo della costituzione di un
nucleo familiare benedetto da una discendenza che raggiunge la seconda o la terza
generazione?
Le parole del profeta sono difficilmente equivocabili: egli
avverte con chiarezza che si inganna colui che guarda all’esilio come una
parentesi, continuando ad avere lo sguardo e il cuore rivolto verso la terra
promessa. Occorre entrare in una dimensione nuova, ma al tempo stesso antica,
perché originaria, recuperando l’essenza della relazione con il Dio di Abramo,
di Isacco e di Giacobbe – unica e vera fonte di stabilità. La casa richiama la
terra, i figli richiamano la discendenza.
Il profeta riferisce l’ottica divina e dalle sue parole
emerge che l’oggetto della promessa di Dio è nuovamente privo del peso
catalizzatore della terra, il cui significato era stato distorto dagli eredi
della promessa. La Scrittura infatti insegna che la terra appartiene a Dio e il
popolo ne entra in possesso solo come commendatario, non come padrone assoluto.
Ciò che rende promessa e sacra la terra è proprio il fatto che Dio dimora
stabilmente in mezzo al suo popolo a prescindere dal luogo concreto nel quale
esso si trovi a risiedere.



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