genius loci (o dell'abitare la terra)
Il genius loci era
nell’antichità latina una divinità che proteggeva un luogo e al tempo stesso lo
rendeva individuale e unico. Un po’ come uno spirito guida, che rappresenta il
senso profondo del luogo. Non a caso, lo scrittore Servio affermava: “Nullus
locus sine Genio”. Sicché, attraversando o permanendo in tale luogo si
verifica una sorta di osmosi tra l’anima personale e l’anima dei luoghi.
Si deve parlare di anima dei luoghi o
piuttosto di luoghi dell’anima? Esiste, di fatto, una relazione reversibile di
reciproca e un'intima appartenenza fra l’anima e i luoghi.
Il genius loci di una
terra è lo spirito, l’atmosfera, come pure i colori, gli odori, i suoni, il linguaggio
di chi lo abita, persino il silenzio. Si tratta di un intimo legame fra l’ambiente
e l’uomo, le sue abitudini; è il carattere di un luogo, fatto
di opere materiali e immateriali, di legami storico-culturali che
plasmano l’unicità di un luogo. Il genius loci è un po’ come l’essenza
spirituale, quel che rende sacro uno spazio, la sua anima.
Nella cultura greca c’è il concetto analogo di δαίμων (Platone); poi si può interrogare la moderna psicologia analitica (C.G. Jung in Anima e Terra sostiene che il luogo di nascita forgia il carattere, l’indole e persino le fattezze), la psicologia archetipica (J. Hillman), gli studi di fenomenologia delle religioni (M. Eliade), fino alla visione ecologica dell’architettura moderna, l’estetica del paesaggio, l’antropologia dei luoghi e non-luoghi (M. Augé), e la letteratura poetica…
Il senso di sacralità e di armonia nel mondo faceva sì che le
popolazioni si prendessero cura della propria terra. Il divino che abita la
terra è inteso come elemento protettivo (E. de Martino ha parlato della
relazione mito-protettiva). Infine, Chr. Norberg-Schulz, nel pregevole Genius Loci. Paesaggio
ambiente architettura, si è interrogato sul compito specifico
dell’architettura di interpretare la “presa” che gli uomini esercitano
sull’ambiente abitandolo, e rendendolo concreta manifestazione dell’abitare.
Il genius loci racchiude un legame tra terra ed essere umano indissolubile.
* * *
Un architetto della prima metà del XX
secolo, Paul Schmitthenner, descriveva l’abitare nel suo nesso con
l’abitudine:
«Come nell’altezza si condensa ciò che
è alto, nella viltà ciò che è vile, così nell’abitudine si condensa ciò che è
abituale. Il termine ‘abituale’ deriva da ‘abitare’, e l’abitare è un’abitudine
davvero antica. Le buone e cattive abitudini nell’accezione comune sono
condizionate – non da ultimo – dall’abitare.
L’abitazione, l’essere a casa è l’atto più strettamente personale con cui l’uomo si chiude al mondo esterno. Qui siamo protetti, siamo a casa, siamo in noi stessi, diciamo, e appena uno perde il contegno: “è fuori di sé” o “è fuori di testa” [in tedesco c’è un gioco di parole: letteralmente l’espressione suona “essere fuori dalla casetta”]. In queste espressioni popolari si cela un significato profondo. “Nell’abitudine risiede l’unico agio dell’uomo”, leggiamo nel Wilhelm Meister, e nel Faust II si dice: “Ciò a cui si è abituati resta un paradiso”. “Ma nell’abitudine non risiede appena l’unico agio e l’essere paradisiaco: anche il costume e la civiltà crescono da questo ampio fondamento” [Goethe]. L’abitudine è qualcosa di vivente e pertanto soggetto al mutamento naturale come ogni cosa vivente, ed essa si tramuta nella tradizione. A ciò che è abituale, all’abitudine l’uomo si tiene saldo, finché non trasforma la necessità, la conoscenza, l’attitudine e la pratica nella tradizione.
Da una bocca all’altra, da una mano
all’altra si trasmettono conoscenza ed esperienza. In questa trasmissione si
estromette qualcosa di antico, si aggiunge qualcosa di nuovo, spesso soltanto
qualcosa di impercettibile. Ma il nuovo che nasce, cresce sempre dal fondamento
dell’antico. Così il nuovo è qualcosa di migliore, è progresso, è un
progredire, l’unico movimento degno dell’uomo, un progredire verso una più alta
umanità. Solo ciò che serve l’umano è progresso.
Un tale progresso è il naturale
mutamento della vita, non un mutuo scambio, mutamento nel corso naturale. Legge
naturale! Definito ciò, possiamo stabilire che abitudine, tradizione e
progresso si trovano in una felice connessione, non come degli opposti, bensì
come causa ed effetto.
L’abitudine è la resistenza, che regola il corso troppo repentino dell’accadere; la tradizione è la forza che spinge in avanti il passo; e il progresso mostra lo stato dello sviluppo. Il nuovo che si genera nella tradizione in progresso diviene a sua volta abitudine, la cui durata e validità dipendono dalla forza ad essa intrinseca.» (P. Schmitthenner, La mite legge dell’arte).
Quindi, il termine ‘abitare’ è affine ad abituale (in tedesco rispettivamente wohnen e gewohnen), abitazione e abitudine (Wohnung e Gewohnheit), attitudine e tradizione (Einstellung e Überlieferung). Con un climax Schmitthenner parte dal semplice abitare per giungere al principio della tradizione. Infine, egli descrive l’abitudine come una forma di “resistenza, che regola il corso troppo repentino dell’accadere”. Le abitudini, allora, sono come dei sassolini che frenano il flusso impetuoso del tempo.
L’abitare è fatto di abitudini, e nell’abitudine, che è resistenza, si fonda la tradizione. Questo il genius loci per Schmitthenner.
(Il tema della resistenza torna in L. Klages, Der Geist als Widersacher der Seele, 1929/32).
* * *
Nella riflessione di James Hillman emerge l’idea di un’architettura lontana da uno “stile internazionale” indifferente alle specificità locali; al contrario, edifici, monumenti e città devono rispettare e rispecchiare la natura segreta dei luoghi in cui sorgono: l’anima dei luoghi respira insieme all’anima del mondo e alla nostra anima.
L’obiettivo di Hillman è ritrovare la consistenza arcaica dell’architettura, far nascere il nuovo dalle fondamenta. Rispettare l’identità del luogo corrisponde poi a rispettare la genesi di quanto è stato costruito, per essere correttamente integrato nel paesaggio, naturale e urbano.
I caratteri identitari – secondo Hillman – sono fondati sugli archetipi, che occorre sempre riprendere e interpretare.
* * *
Nella
conferenza Costruire, abitare, pensare, tenuta a Darmstadt nel 1951, in
occasione del II Colloquio su Uomo e Spazio, Martin Heidegger tocca la
questione dell’abitare, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e dello scenario
catastrofico, che ovviamente comprendeva anche una crisi abitativa. Beninteso,
a Heidegger non interessa primariamente la carenza materiale di alloggi, bensì la
tensione ontologica dell’abitare stesso: che cosa significa abitare, e quali
sono le condizioni che rendono possibile un’abitazione?
Lo spirito del luogo tende, col passare
del tempo, a disancorarsi da un pensiero spirituale-religioso, per confluire
invece nelle filosofie esistenziali che si snodano fino al Novecento. In
particolare, Heidegger riconsidera l’abitare, in una maniera differente da come
il pensiero occidentale era solito fare. Lo si desume dalle scelte lessicali: radura
(Lichtung), sentiero (Weg), località (Ortschaft), contrada
(Gegend), campo (Feldung) e bosco (Waldung).
La relazione tra l’uomo e lo spazio abitato, infatti, non può essere considerata come una semplice compresenza di due oggetti o di realtà esistenti. Esiste, piuttosto, un rapporto di familiarità o di reciproca dipendenza.
Come abita l’uomo la terra? Egli costruisce, edifica, nella forma di un aver cura (Schonen). L’abitare non è un mero tradire la propria origine, nella forma di un padroneggiare o assoggettare la terra: al contrario, l’abitare è un salvare la terra, cioè riunire la terra e il cielo, i divini e i mortali, istituendo quindi nessi di familiarità tra i quattro elementi del Geviert.
Abitare significa quindi intrattenere
un rapporto simbolico e instaurare relazioni di familiarità con i luoghi, senza
operare su di essi alcuna forma di violenza o violazione.
Per Heidegger, dunque, l’abitare il
mondo può diventare qualcosa di impoetico, allorché uno strano eccesso
di furia misurante e calcolante rinnega e perde l’essenza autentica
del coltivare-costruire. Prendere possesso di un luogo non
corrisponde a un afferrare e depredare, a un mettere le mani su
qualcosa, bensì somiglia più a un lasciare venire la misura che ci
è assegnata – così Heidegger in Saggi e Discorsi.
E così la terra e il cielo, secondo Heidegger,
individuano il mondo che abitiamo, divenendo elementi architettonici che
trascendono la semplice definizione materiale: sono altresì considerati nel
loro significato esistenziale, ossia il «carattere delle cose», la loro
identità precipua, il loro arcaico e sacrale genius loci.
Indipendentemente dalle trasformazioni operate dagli uomini, i luoghi mantengono uno spirito singolare, che permane nel tempo. Lo spirito del luogo resta sempre connesso alla comprensione esistenziale del rapporto tra l’essere umano e il mondo che si manifesta, attraverso la rivelazione del significato di un luogo. Questo significato è la chiave: non è un concetto meramente fisico, ma una connessione profonda tra l’uomo e l’ambiente, ciò che gli permette di abitare il mondo in modo autentico.
Il genius loci, allora, è
una sorta di forza immanente che rivela la verità di un luogo. L’architettura,
in modo particolare, è per Heidegger un atto umano, il cui compito consiste nel
rispettare e fare emergere proprio la verità del luogo, il suo spirito.
Riprendendo Hölderlin:
«L’abitare che istituisce è l’abitare originario dei figli della terra, che sono al tempo stesso i figli del cielo. Sono i poeti. La loro poesia è in primo luogo soltanto istituzione. Questi poeti tracciano in primo luogo soltanto salde fondamenta, sulle quali dev’essere costruita la casa in cui devono venire come ospiti gli dèi. I poeti consacrano il suolo».
E ancora, in Wurzel alles Übels (Radice di ogni male):
Può un uomo, quando la sua vita non è che pena, guardare il cielo e dire: così, anch’io voglio essere. Sì. Fino a che l’amicizia, l’amicizia schietta ancora dura nel cuore, non fa male l’uomo a misurarsi con la divinità. Dio è sconosciuto? È egli manifesto e aperto come il cielo? Questo, piuttosto io credo. Questa è la misura dell’uomo. Pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra. Ma l’ombra della notte con le stelle non è, se così posso usar di parlare, più pura dell’uomo, che si chiama immagine delle divinità. C’è sulla terra una misura? No. Non ce n’è alcuna. (cit. in M. Heidegger, La poesia di Hölderlin)



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