Dimorare nel Nuovo Testamento
“In casa lontano dalla folla lo interrogavano” (Mc 7,17)
Gesù è cresciuto nella casa di Nazareth, un piccolo centro
agricolo in Galilea.
L’evangelista Marco ci mostra l’inizio della predicazione di
Gesù a Cafarnao, passando dalla riva del lago, insegnando nelle sinagoghe, entrando
nelle case di Simone e Andrea, alla porta dell’isolato dove compie numerose
guarigioni, fino a un luogo disabitato dove si ritira per pregare, e viene
rintracciato da Simone e rimproverato perché fugge da chi lo cerca.
A partire dal sabato di Cafarnao Gesù si muove con la stessa
autorevolezza da un luogo all’altro, da un luogo di lavoro a un luogo di culto,
a quello della vita quotidiana. Fra questi c’è anche la casa: ad esempio, la
casa dei due – Simone e Andrea –, dei quattro che ha chiamato mentre erano al
lavoro.
La casa è un luogo di guarigione: Gesù, ad esempio, guarisce
il paralitico calato dall’apertura fatta nel tetto (Mc 2,1). La casa è luogo di
restituzione della vita alla figlia dodicenne dell’archisinagogo che già
piangeva la sua morte (Mc 5,38). È ancora luogo di guarigione la casa che si trova
dalle parti di Tiro, dove Gesù si è ritirato, e quella della donna siro-fenicia,
la cui figlia viene guarita dallo spirito impuro che la possedeva (Mc 7,24.30).
La casa è dunque un campo di battaglia capitale che Gesù è
venuto a combattere – come dicono i demoni riconoscendolo prontamente: “Tu sei
venuto per la nostra rovina” (Mc 1,24).
La casa è anche un luogo sabbatico, cioè di riposo. La donna
siro-fenicia riesce a intercettare Gesù, che se si era ritirato in segretezza
(Mc 7,25-30). Ancora, ritiratosi per riposare, Gesù entra in una casa, ma “di
nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare” (3,20).
Marco menziona spesso il bisogno di una sosta per Gesù e per
i discepoli di ritorno da una missione. Ad esempio nel capitolo 6: “Venite in
disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’” (Mc 6,31). Qui non c’è
la casa, ma domina l’espressione “in disparte” (κατ’ιδίαν), che è
caratteristica dell’evangelista Marco e ricorre almeno 10 volte. Questa
espressione equivale a un luogo deserto ma anche a una casa, una dimora
interiore: è un invito al raccoglimento.
La casa è scuola di discepolato e di sequela, oltre che di
guarigione e di riposo. Entrato in casa Gesù completa per i discepoli l’insegnamento
che prima aveva dato ai farisei e agli scribi e poi alla folla, riguardo alle
abluzioni… “Quando entrò in una casa lontano dalla folla lo interrogavano sulla
parabola” (Mc 7,17). Sappiamo infatti dal capitolo 4 che “Senza parabole non
parlava loro, ma in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Mc 4,34). Nella spiegazione della parabola Gesù parla
dell’interno dell’uomo, che è il suo cuore, che per il semita è la sede dei
pensieri e delle decisioni, mentre i cibi sono esterni e destinati al ventre e
alla fogna, non al cuore.
Sempre a Cafarnao Gesù entra in una casa e chiede ai
discepoli di che cosa parlavano lungo la strada. Essi avevano discusso su chi
fosse il più grande fra loro, e Gesù ricorda loro che il primo posto è quello
del servizio. La casa è il luogo in cui Gesù consegna gli insegnamenti più
grandi (Mc 7,35).
Ancora nei suoi insegnamenti, Gesù parla della casa come un
luogo che, diviso in se stesso, non può restare in piedi, facendo riferimento a
Belzebùl (Mc 3,23-26). La casa è dunque metafora di intimità, ma anche di unità
della persona, oltre che luogo di ristoro; è un luogo di discussione e di
insegnamento.
Betania, casa dell’amicizia
Nel Vangelo di Luca la casa di Betania rappresenta la sede dell’amicizia: qui vi abitano Maria, Marta e Lazzaro, e Gesù spesso si reca da loro per ristorarsi. Marta lo accoglie e, come Abramo, ne organizza l’ospitalità (Lc 10, 38-42).
Dimorare nel Vangelo di Giovanni
Un ruolo cardine ha il dimorare per l’evangelista Giovanni,
come attesta l’uso frequente del verbo μένειν, che significa appunto sia
rimanere sia dimorare, in senso spaziale e temporale. Questa permanenza nel
tempo e nello spazio permette di stabilizzare la fede, il πιστεύειν, come
avviene in tutta la prima sessione del Vangelo.
Nel prologo narrativo compare già il lessico del rimanere e
dimorare, per la prima volta sulle labbra di Giovanni Battista, poi dei
discepoli. Il rimanere caratterizza anche il rapporto dello Spirito con Gesù.
Il Battista infatti vide lo spirito scendere e rimanere su Gesù. Quindi, la
prima permanenza è quella dello Spirito su Gesù (Gv 1,32).
Quando Gesù dimora presso i samaritani di Sicar, che
successivamente aderiscono alla fede (Gv 4,40-41); oppure quando, dopo aver
rischiato di essere lapidato nel tempio, Gesù fugge dalla Giudea e si rifugia
oltre il Giordano, nel luogo dove Giovanni battezzava: “e molti credettero in
lui” (Gv 10,40-42). Anche nel caso opposto, quando in seguito alla morte di
Lazzaro, Gesù prolunga la sua permanenza nel rifugio, lontano dall’amico
malato, questa assenza o presenza altrove, in preghiera, mira a produrre un’ulteriore
fede nei discepoli.
Vediamo alcuni esempi di questa permanenza:
Nel I capitolo, “Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho
visto lo spirito scendere come una colomba dal cielo e dimorare su di lui. Io
non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo
sul quale vedrai scendere e dimorare lo Spirito è colui che battezza in Spirito
Santo (Gv 1,32-33).
“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi
discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava disse: ‘Ecco l’agnello di
Dio’, e i due discepoli, sentendolo parlare così, lo seguirono” (cfr. Gv 1,35ss.).
“Disse loro: Venite e vedrete. Andarono dunque e videro dove
egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro
del pomeriggio” (Gv 1,39).
Anche alle nozze di Cana attorno a Gesù c’è un gruppo di
discepoli più articolato, che guarda oltre e altrove rispetto ai pochi giorni
di permanenza. Ma Gesù fece questo inizio di segni in Cana di Galilea, manifestò
la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto discese a
Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli, e dimorarono là
solo pochi giorni (cfr. Gv 2,11-12).
Gesù accoglie l’invito dei samaritani a dimorare presso di
loro, ma soltanto due giorni. I samaritani credono in lui; la Samaria, del
resto, è un luogo di passaggio, in direzione verso la Galilea. Ancora una
volta, il dimorare produce la fede (cfr. Gv 4,40-42).
Ancora, Gesù si rifiuta di salire a Gerusalemme alla festa
delle capanne insieme ai suoi fratelli, e li congeda dicendogli: “‘Andate voi
alla festa’. Dette loro queste cose, dimorò nella Galilea” (Gv 7,9).
Sottrattosi alla lapidazione nel portico di Salomone dentro
il tempio, Gesù si ritira da Gerusalemme: “Ritornò quindi al di là del Giordano,
nel luogo dove prima Giovanni battezzava e qui dimorò” (Gv 10,40). Anche qui lo
stabilirsi di Gesù, questa volta presso il villaggio di Efraim, produce la fede
in molti: “Molti andarono da lui e dicevano: Giovanni non ha fatto nessun segno,
ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero. E in quel luogo molti
credettero in lui” (Gv 10,42).
“‘Lazzaro è morto, e io sono contento per voi di non essere
stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui’” (Gv 11,14). Questa volta
Gesù permane solo due giorni (numero che designa imperfezione), ma in compenso
si attarda ad andare dall’amico malato, consegnandolo al Padre, nella certezza
di essere esaudito. Questo suo tardare – quasi un dimorare spazio-temporale –
produce o rafforza la fede.
Il capitolo 14, in cui l’evangelista ci consegna una teologia dell’amore, domina ancora la dimensione del dimorare: dice Gesù, “‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’” (Gv 14,23). Dimora presso il Padre chi lo ama e osserva il suo comandamento d’amore, cioè la missione (mandato) consegnataci dal Figlio dell’uomo.
Il quarto Vangelo si chiude con una forma ulteriore di dimorare, allorché si fa riferimento al destino misterioso del discepolo amato. Inatti, a Pietro che domanda quale sia il destino di Giovanni, Gesù risponde: “‘Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi’” (cfr. Gv 21,22).
La dimensione del rimanere e dimorare è indicata anzitutto relativamente
a Giovanni Battista, poi ai discepoli, quindi compare in un contesto più ampio,
fino all’allusione al discepolo amato nella conclusione. Sembrerebbe che questi
termini, a differenza dell’Antico Testamento, anziché produrre una
stabilizzazione producano invece come effetto una tensione e un allargamento
nel tempo e nello spazio.



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