Via delle lacrime, n. 2: "Musica divenuta materia"
R. van der Weyden, Deposizione (1435 ca.)
Nella veglia di preghiera per il Giubileo della Consolazione (15/09/2025) Papa Leone XIV ha affermato che “le lacrime sono un linguaggio, che esprime sentimenti profondi del cuore ferito. Le lacrime sono un grido muto che implora compassione e conforto. Ma prima ancora sono liberazione e purificazione degli occhi, del sentire, del pensare. Non bisogna vergognarsi di piangere; è un modo per esprimere la nostra tristezza e il bisogno di un mondo nuovo; è un linguaggio che parla della nostra umanità debole e messa alla prova, ma chiamata alla gioia” (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2025/documents/20250915-veglia-giubileo-consolazione.html).
La profondità delle cause e degli effetti delle lacrime, nell’estensione alle tre dimensioni della persona (fisica, psichica e spirituale) è stata indagata in modo specifico – e pressoché continuato – in ambito religioso. Nell’analisi dei Padri emerge, infatti, tutta la profondità psichica e pneumatica di un percorso che è sia verticale sia orizzontale: il dolore, attraverso il pianto, è illuminato dalla gioia e il pensiero diviene limpido; le lacrime, venendo dall’alto, lavano tutto il corpo e lo santificano. Le lacrime sono compagne di cammino e spartiacque nei gradi dell’ascesa spirituale di ogni persona che si ponga alla sequela di Cristo: sono soprattutto lacrime di contrizione e di compunzione, una delle disposizioni più necessarie nel cammino spirituale. Il pianto, allora, esprime l’essere inchiodati al ricordo del peccato, una condizione che va in direzione opposta alla disperazione, perché è un’apertura che salva (I. Hausherr, Solitudine e preghiera. La tradizione esicasta, 2018).
L’unica tristezza
ragionevole, infatti, sembra essere quella che nasce dalla perdita della
grazia. Ecco che allora le lacrime sono un secondo battesimo. Nel primo
battesimo l’acqua è simbolo delle lacrime, e l’olio dell’unzione prefigura
l’unzione interiore dello Spirito; ma il secondo battesimo non è più un
semplice tipo della verità, è la verità stessa: quando gli occhi sono
purificati dalle lacrime, è possibile vedere Colui che nessuno ha mai visto. Il
pentimento è, dunque, una via, non un episodio; è una condizione, non una
tappa.
La via delle lacrime
Isacco di Ninive
ci aiuta ora a percorrere l’ultimo tratto, chiarificando l’intero percorso
delle lacrime. Nel cammino dell’anima verso Dio ci sono lacrime di tristezza e
di gioia; ogni “età” spirituale è misura dell’età della pienezza di Cristo
(cfr. Ef 4,13). In questo percorso, il pentimento è un’opera fondamentale per
accogliere il regno di Dio (cfr. Mc 1,15).
Nei Discorsi ascetici Isacco offre – nello specifico ai suoi novizi monaci – una guida alla vita spirituale come sequela di Cristo, in cui ogni età della vita spirituale è definita stadio, condotta, ordine o vetta. In questo cammino le lacrime rappresentano una cartina di tornasole: esse mutano quantità e qualità a seconda dello stadio raggiunto (Isacco di Ninive, Discorsi ascetici. Prima collezione, 2023).
Il viaggio
comincia con un’ascesi sterile, interiormente arida e priva di lacrime;
l’ascesi iniziale è esteriore, legalista, tesa piuttosto al rispetto di regole
e consuetudini che alla partecipazione del cuore: è una mera tecnica, compiuta
da un uomo ancora esteriore.
Il primo passo
avanti è segnato da una lotta: si manifestano lacrime psicologiche,
suscitate in modo artificiale e derivanti da sé (non dalla grazia di Dio).
Queste suscitano pensieri di pentimento e dolore dell’anima, senza però che
l’uomo interiore sia davvero pronto. Si tratta di una tristezza spirituale che
non è secondo Dio: non conduce a Dio, ma a un’afflizione in cui il monaco si
concentra su se stesso.
La lotta avviene
fra l’ordinamento e la libertà, suscita tenebre interiori e muove a un
cambiamento: è necessario un passaggio da una comprensione antropocentrica
dell’ascesi a una realmente evangelica, in cui potersi abbandonare alla potenza
dell’amore divino. Dalla disperazione di sé si giunge così alla compunzione del
cuore, da cui sgorga il pianto del pentimento: questo pianto purifica l’anima.
Si esce quindi dalla prigione del mondo per entrare nella “regione delle lacrime”: Isacco paragona questo passaggio a un carcerato che esce dall’aria viziata di una cella verso l’aria pura dell’ambiente esterno. Il monaco comincia ora a “respirare quell’aria mirabile e da quel momento inizia a versare lacrime” (Cfr. AA.VV., Isacco di Ninive e il suo insegnamento spirituale, 2023).
La regione delle
lacrime corrisponde alla discesa dell’intelletto nel cuore, giacché il pianto è
segno di quanti pregano nel cuore. È tempo ora di coltivare queste lacrime:
Isacco osserva, a riguardo, che c’è una perfetta coerenza fra il detto “Entra
nella tua camera e veglia e prega Dio nel nascondimento” (Mt 6,6) e
“Beati coloro che piangono” (Mt 5,4). Il monaco sceglie, appunto, la
quiete come luogo e stile di vita: non a caso, i padri siriaci chiamavano i
monaci “i piangenti”, ritenendo le lacrime un elemento identificativo della
vita monastica.
Il pianto del
cuore dà origine a lacrime spirituali, una prima esperienza di grazia in
cui senziente e oggetto sensibile coincidono: attraverso l’umiltà nascosta del
cuore, il pentimento e il rinnovamento della mente l’uomo comincia a gustare
l’amore del Padre.
La perseveranza in
questo stato di quiete e di ascesi avanzata produce lacrime carismatiche:
si tratta di intuizioni, folgorazioni o illuminazioni, frutto della meditazione
e della riflessione: “tutto il corpo diventa come una fontana di lacrime che
sgorga dai gemiti del cuore prodotti dentro di lui dal moto della grazia, ed
egli è tutto impregnato dalle lacrime”.
Vi sono infine lacrime
sporadiche, strumento di consolazione.
Ora, l’effusione
di lacrime diventa un vero e proprio rito, in cui il dolore precedente è
illuminato dalla gioia e il pensiero diviene limpido. Queste lacrime sono un
dono di Dio: esse inaugurano una nuova età, detta “ordine delle lacrime”. Un
pianto incessante sgorga a motivo dell’umiltà del cuore, dell’amore per Dio,
dello stupore. Il dono delle lacrime incessanti (che secondo Isacco può durare
anche oltre due anni) è caratterizzato da grande dolcezza: il mutamento
interiore si riflette nella qualità del pianto, dominato dalla pace del
pensiero.
Si può osservare,
infine, che il pianto sia una specie di sentinella spirituale: un’arma contro
gli attacchi del maligno e un indizio dell’autentica conoscenza carismatica.
Quando la volontà si infiacchisce e si abbandona il rigore della vita
monastica, quando le frequentazioni mondane e il coinvolgimento nelle
preoccupazioni del mondo prendono il sopravvento, primo indizio è la perdita
del dono delle lacrime.
Abbiamo percorso un sentiero di lacrime: lacrime di dolore, lacrime spirituali, lacrime misurate e dolci.
Un’immagine molto affascinante è quella che ci consegna Cioran: le lacrime sono “musica divenuta materia”; un’esperienza – secondo l’autore – estetica e pre-teoretica, in cui il livello cognitivo resta come sospeso.
In realtà, la via delle lacrime esprime tutta l’“ampiezza, lunghezza, altezza e profondità” del sentire – persino quando si tratta di un’afflizione asciutta, come la descrive James. Le lacrime hanno un forte impatto comunicativo, per la persona stessa come per chi le sta accanto, o per interlocutori immaginari: insomma, le lacrime, a buon diritto, sono state considerate un fenomeno sociale.
Si rimanda a: G. D'Aniello, La via delle lacrime: una “beata e gioiosa tristezza”, in Nicolaus. Rivista storico-teologica dei PP. Domenicani di S. Nicola di Bari, fasc. 4/2025, pp. 205-221).
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