Via delle lacrime, n. 1

P. Klee, es weint (1939)

Quali lacrime, quante lacrime?

È opportuno interrogare alcuni Padri della Chiesa sull’argomento.

Nel IV libro delle Confessioni Agostino si domanda: “Come può essere dunque che dall’amarezza della vita si coglie un soave frutto di gemiti, di pianto, di sospiri, di lamenti?” (Confessioni, IV,5.10). Egli si domanda se le lacrime traggano la loro dolcezza dalla possibilità che Dio le noti – siano cioè un appello estremo. “O forse il pianto è una realtà amara e ci diletta per il disgusto delle realtà un tempo godute e ora aborrite?”. In sostanza, Agostino si domanda come possa il pianto rendere felici.

In un altro passo Agostino descrive il pianto della madre Monica che implora la salvezza del figlio; confidando a un vescovo le sue preoccupazioni questi soggiunge: “non può essere che il figlio di queste lacrime sia perduto” (Confessioni, III, 12.21). Ciò conferma che le lacrime sono un’invocazione.

Ancora, a Milano Agostino si fa battezzare, versando lacrime di commozione: “Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici [Ef 5,19], che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene” (Confessioni IX, 6.14).

A partire dal IV secolo, la letteratura religiosa e monastica è ricolma di riferimenti all’esperienza benefica del pianto. Una lettera di Girolamo a Eustochio descrive le lacrime di piacere religiose in questi termini: “Dopo aver versato copiose lacrime e rivolto lo sguardo al cielo, mi pareva talvolta di essere parte delle angeliche schiere”, cantando quindi di gioia. Ancora, Isidoro di Siviglia, leggendo e interpretando il Salterio, osserva che le lacrime producono sazietà: “Il pianto è nutrimento dell’anima”. 

Secondo l’abate Isacco esistono quattro varietà di lacrime, corrispondenti ad altrettanti sentimenti. Vi sono le lacrime “causate dalla spina del peccato che affligge i nostri cuori”; altre nascono “dalla contemplazione del bene eterno e dal desiderio di quella futura gloria”. Talvolta piangiamo solo per la paura del giorno del Giudizio. Infine “vi è anche un altro tipo di lacrime causate non dalla coscienza di sé, bensì dalla gravità dei peccati altrui”. I sentimenti corrispettivi sono: il senso di colpa, la reverenza, la paura e la pietà; e ciascuno produce un tipo di lacrime differente.

Alche Alcuino individua quattro tipi di lacrime, ciascuno con una specifica funzione: “Vi sono lacrime copiose che lavano la sozzura del peccato e rinnovano il battesimo. Ve ne sono di salate e amare, che limitano la debolezza della carne e temperano la dolcezza della voluttà. Ve n’è poi di calde, che hanno ragione della gelida mancanza di fede, e infine di purissime, che edificano coloro i quali siano già stati mondati dai precedenti peccati”.

Il monachesimo, in generale, vede nelle lacrime sia un dono di Dio sia un tributo rivolto all’Altissimo.

Antonio abate scrive ai suoi discepoli, invitandoli a piangere al cospetto di Dio. Del resto, tutte le regole monastiche insegnano che il pianto dev’essere accompagnato dalla penitenza. Benedetto da Norcia prescrive ai monaci di accompagnare il pianto con sentite preghiere; le lacrime, secondo Benedetto, sono non una semplice forma di preghiera, ma la più pura (così pure i padri del deserto): “Dobbiamo sempre tener presente che Dio considera la purezza dei nostri cuori e le nostre lacrime di compunzione, non le nostre innumerevoli parole”.

Nelle Conferenze spirituali, Giovanni Cassiano attua una vera classificazione delle lacrime, si sofferma molto sulla compunzione e ne descrive le forme, derivate ciascuna da uno specifico sentimento e da una propria virtù; inoltre, riporta ciascuna a un brano scritturistico (Conferenza IX, 29):

Non ogni profusione di lacrime deriva da un unico sentimento, così come non è prodotta da una sola virtù. In un modo infatti sgorga il pianto, allorché esso prorompe a causa della spina dei peccati che punge il nostro cuore, ed è allora che così è scritto: “Sono stremato per i lunghi lamenti; ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto” (Sal 6,7); e di nuovo: “Fa’ scorrere come torrente le tue lacrime giorno e notte! Non darti pace, non abbia tregua la pupilla del tuo occhio” Lam 2,18); in altro modo sgorga il pianto, allorché esso irrompe dalla contemplazione dei beni eterni e dal desiderio dello splendore futuro, da cui pure derivano sorgenti più copiose di lacrime per l’eccesso della gioia e l'ampiezza dell'aspirazione, allorché la nostra anima tende alla fortezza del Dio vivente ed esclama: “Quando verrò ed apparirò davanti a Dio? Le lacrime sono il mio pane giorno e notte!” (Sal 41,3-4); ogni giorno ella proclama con alta voce e lamenti: “Ahimè! Il mio esilio si è prolungato” (Sal 119,5), e ancora: “L’anima mia vi ha abitato a lungo come straniera” (Sal 119,6). In altro modo ancora scaturiscono le lacrime non provocate dalla coscienza di colpe gravi, ma dal timore dell'inferno o dal pensiero di quel terribile giudizio; anche il profeta, colpito da questo terrore, così prega, rivolto al Signore: “Non chiamare a giudizio il tuo servo, perché davanti a te nessun vivente è giusto” (Sal 142,2). Vi è pure un genere ulteriore di lacrime, prodotto non da motivi di coscienza, ma per la durezza dei peccati degli altri: è per questo movente che pianse Samuele a causa di Saul (1Sam 15,35), come pure il Signore nel vangelo per la città di Gerusalemme (Lc 19,41 ss.), ed anche Geremia, il quale, in età remota, così si esprime: “Chi spargerà acqua sul mio capo e una fonte di lacrime sui miei occhi? Giorno e notte io piangerò i morti della figlia del mio popolo” (Ger 9,1). Tali risultano pure le lacrime, delle quali è parola nel Salmo 101: “Di cenere io mi nutro come di pane, e alla mia bevanda io mescolo il pianto” (Sal 101,10). È certo che tali lacrime non sono provocate dal sentimento, in merito al quale nel Salmo 6 esse sgorgano nella persona di un penitente; esse prorompono anche a causa delle ansietà, delle angustie e delle tribolazioni di questa vita, da cui anche i giusti vengono colpiti in questo mondo. Questa realtà la dichiara con tutta evidenza non solo il testo di un Salmo, ma anche il suo titolo, perché, proprio nella persona di quel povero, di cui nel vangelo è scritto: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3), così è dichiarato: “Preghiera dì un povero, quando è afflitto e sfoga dinanzi a Dio la sua angoscia” (Sal 101, Titolo).

Molti secoli dopo il monaco e mistico Thomas à Kempis – a cui è stato attribuito lo scritto ascetico Imitazione di Cristo – consiglia ai giovani religiosi di “cercare il dono delle lacrime” come strumento di purificazione del cuore.

Nella ricostruzione di Cioran – forse un po’ fantasiosa – sembra che, quando la vista di Francesco d’Assisi andava peggiorando, “i medici scoprirono che la causa della cecità era un eccesso di lacrime”.

 

Si rimanda a: G. D'ANIELLO, La via delle lacrime: una “beata e gioiosa tristezza”, "Nicolaus". Bari, 4/2025, pp. 205-221).

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