Svègliati, tu che dormi
“Guarigione del cieco nato”, Codex Purpureus Rossanensis, Rossano
La IV domenica di Quaresima è denominata Laetare,
cioè Rallegrati: l’Antifona di ingresso inizia proprio con un Laetáre,
Ierúsalem…
Nel Vangelo Gesù incontra un uomo cieco dalla nascita, che gli
dà occasione di manifestarsi come Luce del mondo e come colui che dona la
vista, cioè rivela il Padre. L’uomo cieco compie un cammino, graduale, per
arrivare a una professione di fede, quindi alla Luce.
(L’episodio è considerato un brano battesimale e come tale è
stato utilizzato nella liturgia e nella catechesi sul battesimo dai Padri).
Vengono in mente le parole del Salmista: Nella Luce tua vedremo la Luce
(Sal 35,10).
Nel Commento al Vangelo di Giovanni, Agostino annota: L'illuminazione
del cieco è molto significativa. Il cieco nato rappresenta il genere umano, che
fu colto dalla cecità nel primo uomo quando peccò. Come la cecità ebbe origine
dall'infedeltà, così l'illuminazione nasce dalla fede. (Commento al Vangelo
di Giovanni, Omelia 44).
Agostino paragona il cieco nato all’umanità intera, accecata
per il peccato del primo uomo. Il Signore viene proprio per indicarci un grande
mistero: Sputò in terra (Gv 9,6) e con la saliva fece del fango: il Verbo si
fece carne (cfr. Gv 1,14). Col fango spalmò gli occhi del cieco; il quale
tuttavia, sebbene così unto, non vedeva ancora. Lo inviò alla piscina di Siloe.
Giovanni si preoccupa di spiegare il significato racchiuso
nel nome della piscina, cioè “Inviato” (Gv 9,7). Chi è l’Inviato, se non Cristo
stesso? Allora, lavandosi in quella piscina, il cieco fu battezzato nel Cristo,
e quindi illuminato. Agostino specifica ancora che se gli avesse solo spalmato
gli occhi col fango, sarebbe stato solo un catecumeno.
Alla domanda dei farisei, chi ha peccato tanto da rendere cieco quell’uomo (cosa che presuppone l’equivalenza fra malattia e peccato), Gesù risponde: Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma perché siano manifestate in lui le opere di Dio (ἀλλ’ ἵνα φανερωθῇ τὰ ἔργα τοῦ θεοῦ ἐν αὐτῷ). Infatti, è “necessario” che Gesù compia le opere di Colui che l’ha inviato (τὰ ἔργα τοῦ πέμψαντός με), finché è giorno. Poi Viene la notte quando nessuno può più operare (Gv 9,4).
Torna alla mente la creazione: Dio separò la luce dalle tenebre; chiamò luce il giorno, e tenebre la notte (Gn 1,4-5). Con questa osservazione sul giorno, l’evangelista Giovanni sembra voler ricapitolare la Genesi. Non solo: la notte è soprattutto una situazione (più che un tempo), una situazione di inconsapevolezza e non-conoscenza. Non a caso nel brano campeggiano espressioni come "non so", "non conosco" (Οὐκ οἶδα), allorché l'uomo viene interrogato dai farisei.
Quindi, Gesù aggiunge: Finché sono nel mondo, io sono la
luce del mondo (Gv 9,5). Si intende che è nel giorno che il cieco deve
lavarsi gli occhi, se vuol vedere il giorno. Perché la Luce è Cristo stesso, è Lui che illumina il mondo (e il cuore di ciascuno).
Detto questo, sputò in terra e fece con la saliva un po' di fango, lo spalmò
sugli occhi del cieco e gli disse: Va' a lavarti alla piscina di Siloe (che
significa l'Inviato). Quello andò, si lavò e tornò che ci vedeva (Gv 9,6-7).
A questo punto, l’uomo acquista la vista (letteralmente gli vengono aperti gli occhi - proprio come nel rito battesimale), e con la vista acquista anche la consapevolezza: resta anonimo, ma mostra ora contezza di sé e di chi lo ha guarito. Un cammino che lo conduce alla fede.
Infatti, alla domanda di Gesù: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?" egli risponde dapprima di non sapere... poi è Gesù stesso che si rivela: "Lo hai visto: è colui che parla con te". A queste parole l'uomo afferma: "Credo, Signore" (Πιστεύω, κύριε). E subito dopo la professione di fede, egli si fa annunciatore di quella grazia che lo ha illuminato (cioè salvato): il Signore. Riconoscendo l'Inviato, egli si fa a sua volta inviato ad annunciare la Luce nel mondo.
Scrive l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso: “Svégliati,
tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14).



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