κεχαριτωμένη, o piena di grazia...

 

Annunciazione di Ustyug, 1130/40, Galleria Tret'jakov (Mosca)

 

“Questo giorno è l’inizio della nostra salvezza e la manifestazione del mistero eterno. Il Figlio di Dio diventa figlio della Vergine e Gabriele annuncia la grazia. Per questo con lui esclamiamo alla Madre di Dio: Rallegrati, o piena di grazia, il signore è con te” (Inno bizantino)

 

Quest’icona risale al XII secolo, e si trova oggi nella Galleria di Tret’jakov a Mosca.

L'icona fa parte di una antichissima iconostasi (parete di separazione tra la navata ed il santuario con l'altare) del XII secolo della regione di Novgorod, all'estremo nord della Russia.

Conosciuta come “Annunciazione di Ustyug”, perché secondo la tradizione proverrebbe dal monastero Veliky Ust'jug, nella Russia centrale, dove è stata ritrovata nel XIX secolo, una delle poche icone sopravvissute all'invasione mongola della Rus'.

L’Annunciazione di Ustyug è una delle più antiche della Scuola di Novgorod: essa mostra una continuità con la tradizione pittorica e teologica di Bisanzio, e al tempo stesso delle novità compositive proprie del modo russo di accostarsi al mistero della salvezza. La Scuola iconografica di Novgorod, infatti, addolcisce e umanizza i rigidi principi estetici della tradizione, trasmettendo un’esperienza religiosa originale.

La festa liturgica dell’Annunciazione risale al VI sec.; il Concilio in Trullo (692) stabilisce poi che essa venga celebrata anche se cade in Quaresima (can. 52). Questa scelta risolve il conflitto liturgico fra l’austerità quaresimale e la memoria dell’annuncio di salvezza, in favore di quest’ultima. Questo scarto è particolarmente evidente in oriente, dove la preparazione alla Pasqua (che prevede assenza di celebrazione liturgica dal lunedì al venerdì, pratiche penitenziali e digiuni) cede il passo alla solennità dell’εὐαγγέλισμός, persino se cade durante il Triduo Sacro.  

Nella scelta del 25 marzo (come festa liturgica fissa) confluiscono diversi fattori: ad es., la relazione con la festa dell’Epifania (che si sdoppia poi in Teofania, il 6 gennaio, e Natività, il 25 dicembre); la datazione della Quaresima 9 mesi prima del Natale; la collocazione nel tempo dell’equinozio di primavera, simbolo di nuova creazione.

Il tema teologico e iconografico dell’Annunciazione è assai più antico: basato sul Vangelo dell’infanzia di Gesù (Lc 1,26-38), si arricchisce di molteplici elementi, fra cui il Protoevangelo di Giacomo e lo Pseudoevangelo di Matteo.

Un’omelia del IV sec., di ambiente cappadoce, chiama il fatto dell’Annunciazione «vestibolo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio»:

«In quel seno verginale io voglio rinnovare il genere umano; per mia condiscendenza voglio rifondere l’immagine che feci e con una plasmazione nuova voglio curare l’antica creazione. Di terra vergine formai il primo uomo: ma il diavolo lo prese, lo depredò come un nemico e lo gettò a terra, e schernì la mia immagine caduta. Ora io voglio modellarmi da terra vergine un nuovo Adamo, perché la natura umana possa darsi una bella difesa e riceva la giusta corona contro colui che l’ha precipitata» (Omelie mariane del IV e V secolo, Roma 1966).

Una precedente letteratura in aramaico aveva considerato Maria come seconda Eva. Si legge così in Efrem: «La morte fece il suo ingresso attraverso l’orecchio di Eva; perciò la vita entrò attraverso l’orecchio di Maria. A causa del legno dell’albero (nel paradiso) l’uomo divenne debitore; perciò quando il Signore venne, pagò il debito col legno della croce» (Efrem, Diatessaron, 20.32).

La Chiesa bizantina ha solennizzato la festa dell’Annunciazione, che inizia con la pre-festa del 24 e termina con la Sinassi dell’arcangelo Gabriele il 26. Questa festa esalta la divina maternità di Maria, come stabilito dal Concilio di Efeso del 431.

La nostra icona, l’Annunciazione di Ustyug, presenta lo stile della rinascenza bizantina, iniziato in Grecia nel IX-X sec. Le forme anatomiche, soprattutto quelle dell’arcangelo, si ispirano alla cultura classica antica.

I due personaggi si stagliano su uno sfondo tutto d'oro, fatta eccezione soltanto della pedana su cui poggia la Vergine: quanto basta ad indicare che la scena si svolge sulla terra. Le vesti dell’arcangelo, rosse e bianche (simboli della divinità e dello Spirito), e l'oro dell'assist (sulle ali) traducono la prossimità con la sfera divina. Maria, invece, è tutta racchiusa nel suo mantello (maphórion) rosso morello (colore che unisce il rosso della divinità e il blu della natura umana e che sta ad indicare che Cristo l'ha divinizzata, poiché lei lo ha accolto e ha dato spazio a Dio); il mantello ricopre poi l’abito (himàtion) blu-verde (colori della immanenza e della terra). Maria ha la testa inclinata, che esprime un moto di accoglienza e di ascolto. Le frange d'oro e le pantofole rosse indicano la regalità: Madre partecipa così, fin dal concepimento, della regalità del Figlio e con lei tutta la Chiesa. Le tre stelle indicano, nella simbologia orientale, la verginità prima, durante e dopo il parto. Gli occhi di Maria esprimono dolcezza e al contempo un vago turbamento: ella non guarda Gabriele, ma sembra contemplare il mistero che si compie dinanzi a lei, e così indicarlo a chi guarda l’icona. La sua mano destra, che fino a quell’istante era occupata a tessere il filo (simbolo del suo inserimento nella storia), ora tiene quel filo, che è rosso perché da questo momento inizia a tessere la salvezza per l’umanità. La mano di Maria essa è sollevata all'altezza del cuore, là dove appare il Verbo incarnato, l'Emmanuele, il Dio con noi, che già benedice l'uomo ancor prima di nascere.

Nella lunetta superiore vi è una metà di sfera divina, in cui il Signore è raffigurato secondo l’iconografia del “vecchio dei giorni” (Dn 7,9.13.22). Al centro campeggia una composizione semplice ma monumentale, con l’arcangelo Gabriele (Potenza di Dio) e Maria in colloquio, fermi esteriormente ma tesissimi interiormente. Gli sguardi e la gestualità dei personaggi formano un triangolo, sovrastato al vertice da una nube, e da parte come un movimento di ritorno: la parola di Dio s’indirizza a Maria; attraverso di lei tutti entrano nel Cristo incarnato, l’uomo della nuova alleanza; la mozione dello Spirito genera una dinamica spirituale che si concretizza nel Figlio fatto uomo per poi risalire verso il Padre. Ecco in sintesi raffigurato il mistero di salvezza.

Al braccio destro dell’arcangelo corrisponde la mano destra di Maria, che mostra di aver già capito e accolto l’annuncio. Le mani e le teste dei due personaggi convergono in un ritmo, tale che l’istante del messaggio angelico sembra già superato: qui abbiamo un’icona dell’accoglienza del Verbo divino divenuto già realtà umana. Del resto, l’oriente non raffigura mai Maria senza Cristo: ella è Θεοτόκος. 

Peraltro, nell’atteggiamento di Maria non vi è nulla di quell’imbarazzo e indugio che prevale nelle raffigurazioni occidentali. Le due figure campeggiano, indisturbate da elementi paesaggistici o architettonici: questo favorisce un effetto di atemporalità. Gli unici elementi caratterizzanti sono la spola in mano a Maria, che tesseva la porpora del velo del Tempio di Gerusalemme, e il bastone impugnato dall’arcangelo, tipico del pellegrino ma anche segno dell’autorità conferitagli da Dio.

Inoltre, Gabriele mostra le ali asimmetriche e i talloni sollevati, quasi a indicare il momento dell’arrivo, e quindi anche l’istantaneità dell’accaduto. Maria è in posizione eretta, segno di compostezza e nobiltà; la tunica blu simboleggia il cielo creato, il peplo di porpora simboleggia la regalità e il carisma disceso su di lei. Nell’ufficio bizantino dell’Annunciazione si ritrova l’immagine del roveto ardente, color rosso fuoco, che brucia senza consumarsi (cfr. Es 3,1-8), simbolo della maternità verginale di Maria.

La solennità e fermezza quasi scultorea delle due figure si accompagna alle espressioni dense e pensose: l’elemento narrativo e psicologico si fondono, alla lieve torsione dei corpi corrisponde un movimento tutto interiore.

"Ecco, osservo l'icona e dico dentro di me: è proprio lei, non la sua raffigurazione, proprio lei, contemplata attraverso la meditazione, con l'aiuto dell'arte iconica. Vedo la Madonna, la Madre di Dio in persona, come attraverso una finestra, e lei prego, faccia a faccia, non la sua raffigurazione. Si, è nella mia coscienza, è una tavola con dei colori ed è la stessa Madre dei Signore" (P.A. Florenskij, Le porte regali. Saggio sull'icona, 1922).

 


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