Della compunzione, ovvero: piangere sui propri refusi
Nella letteratura cristiana, e in special modo in quella monastica, fin dai primi secoli d.C., il richiamo al pianto e alle lacrime sembra incessante. Per quale ragione?
In un saggio mirabile, risalente agli anni ’40, Irenée Hausherr mette a fuoco il fenomeno umano e cristiano del πένθος, della compunzione, accompagnata da contrizione e pentimento (I. Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano, 1944). Viene subito in mente il pianto di David per il suo peccato, svelatogli dal profeta, e la preghiera del Miserere sgorgata dalla consapevolezza e dalla confessione a Dio del delitto commesso: qui il “cuore contrito e spezzato” (Sal 51,19) è assunzione di responsabilità per la propria azione malvagia e al tempo stesso domanda a Dio di misericordia e perdono.
La contrizione,
irrorata di lacrime, è il segno tangibile che il cuore di pietra si infrange e
lascia pulsare un cuore di carne, capace di accogliere la tenerezza
misericordiosa di Dio. La compunzione è appunto una “puntura”, ovvero un
trafiggimento interiore, spesso accompagnato dalle lacrime, che rende possibile
la grazia del perdono e del ritorno a Dio.
Il πένθος
non è tanto un’idea greca o bizantina, bensì un concetto molto presente nei (e
ai) Padri; è quello che nell’Occidente latino si chiama luctus (dal
verbo lūgĕo, lūges, luxi, luctum, lūgēre):
ecco, è una delle disposizioni più necessarie al progresso spirituale.
Il lutto, il cordoglio, con la sua manifestazione più eclatante, quella delle
lacrime, è al centro della seconda beatitudine: “Beati gli afflitti, perché
saranno consolati” (Mt 5,4); richiama anche il Salmo: “chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia” (Sal 126,5).
Questo lutto che non è tristezza (non ha molto a che fare con la penitenza) non si manifesta in un animo debole; questo lutto è il primo passo su una strada che va in direzione opposta alla disperazione, perché è un’apertura che salva. Non a caso, Giovanni Climaco parla di una “beata e gioiosa tristezza della santa compunzione”, a cui dedica il settimo gradino della scala ascetica (G. Climaco, La Scala, VII.8).
C’è una versione
più “laica” della compunzione, e può essere definita come “rammarico” di fronte
al proprio peccato. Tra l’altro, il termine greco utilizzato dai Padri è κατάνυξις,
che ha molti echi nelle Scritture, ad esempio nel Salmo che dice “tremate e non
peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi” (Sal 4,5).
La compunzione –
oggi ormai quasi sostituita dalla “contrizione” (che è un sentimento
di vivo dolore e di sincero pentimento per le colpe commesse) – è l’essere inchiodati
al ricordo del peccato e dunque alla colpa, quella colpa che secondo
Origene “lascia una traccia scritta indelebilmente nel cuore”. Questa traccia è
indicata in greco con τύπος, che in altri termini è come un errore di
battitura, un refuso: il peccato è un refuso che lascia traccia, che porta con
sé il sentimento di una salvezza perduta; non può essere corretto, ma può
altresì essere perdonato.
Come osserva
Basilio: “Vi è una guarigione anche dopo l’ulcera, ma rimane la cicatrice”; e
ancora Gregorio: “Non vi è reintegrazione nella vecchia condizione, quando
anche la cercassimo con molti sospiri e lacrime; da queste viene la
cicatrizzazione, con pena, ma viene, e noi ci crediamo”.
Thomas à Kempis, nella prima modernità, scrive: “Felice colui che riesce a
liberarsi da ogni impaccio dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto
se stesso in una perfetta compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto
ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo:
l’abitudine si vince con l’abitudine” (Imitazione di Cristo, l. I, cap.
XXI.1).
Il dono delle lacrime: un secondo battesimo
Quella ferita, quella traccia di peccato diviene così una “porticina segreta dell’autogiustificazione” (Barsanufio). Nel VI secolo Gregorio Magno definiva il pianto una gratia lachrymarum, cioè “dono delle lacrime”, tanto auspicato nella vita spirituale e indispensabile al progresso nella relazione con Dio.
Isacco il Siro scrive in proposito: “Le lacrime versate durante la preghiera sono un segno della misericordia di Dio della quale l’anima è stata ritenuta degna nel suo pentimento: il pentimento è accolto e la preghiera attraverso le lacrime purifica, lava da ogni peccato commesso”.
Ancora, Efrem il Siro nel suo Discorso ascetico osserva che un viso lavato dalle lacrime è indicibilmente bello. È per questo che le lacrime erano ritenute dai Padri della Chiesa quasi un “secondo battesimo”, una purificazione del cuore, un’attestazione di amore verso il Signore, una domanda di riconciliazione e perdono.
Anche un vescovo russo del XIX secolo, Teofane il Recluso, osserva che ci sono le lacrime “non buone”, quelle di un pianto che porta alla disperazione, quelle che indicano sì il dolore di un peccato commesso, ma che chiudono la persona dentro un pericoloso circolo vizioso di rimorso, in quanto sono più dolore per “non essere stati irreprensibili” che per il vero senso del peccato. E poi, invece, ci sono le lacrime del πένθος, lacrime che sono sì segno di dolore per aver ferito l’amore di Dio, ma che al contempo dicono l’immensa allegria e lo stupore per la misericordia che Dio ha nei nostri confronti. Tutte le virtù civili sono buone, ma non bastano; le virtù familiari sono buone, ma non bastano; la cosa più importante sono le lacrime di contrizione: fare penitenza è il cammino più sicuro (Teofane il Recluso, La vita spirituale. Lettere, 1996).
Anche Evagrio Pontico si sofferma sul dono delle lacrime, e la raccomanda agli aspiranti alla vita religiosa come via sicura di accesso alla misericordia di Dio:
Innanzitutto prega per ottenere il dono delle lacrime, perché tu possa, mediante la compunzione, ammorbidire la durezza che c’è nella tua anima […]. Ricorri alle lacrime per la perfetta riuscita di tutto ciò che domandi, poiché il tuo Signore molto si compiace di accogliere una preghiera fra le lacrime. Quand’anche tu versassi fontane di lacrime durante la tua preghiera, non esaltarti affatto interiormente […]. Fa’ dunque che non si muti in passione l’antidoto delle passioni… (Evagrio Pontico, La preghiera, 1994).
Nei Detti dei padri del deserto si legge, fra l’altro: “colui che piange purifica e la sua anima e il suo corpo; poiché le lacrime, venendo dall’alto, lavano tutto il corpo e lo santificano” [N., 540] (Detti e fatti dei padri del deserto, 1975). Ancora, a uno che gli domanda che cosa fare per i suoi peccati, Antonio risponde:
Chi vuol essere liberato dai peccati, lo sarà con i lamenti e le lacrime; chi vuol progredire nell’edificazione della virtù progredirà con i pianti e le lacrime. La stessa lode dei Salmi è un gemito. Ricordati dell’esempio d’Ezechia, re di Giuda, come sta scritto nel profeta Isaia: Piangendo, non solo ritrovò la salvezza ma meritò di vivere quindici anni di più, e grazie al flusso delle proprie lacrime la potenza del Signore abbandonò alla morte l’armata nemica che arrivò forte di 185.000 uomini. [Pa., 38, 1]
Un giorno l’abate Silvano […] entrò in estasi e cadde con la faccia contro terra. Molto tempo dopo, si rialzò in lacrime. I fratelli gli domandarono: ‘Che hai, Padre?’. Ma egli piangeva in silenzio. Poiché insistevano, disse loro: ‘Sono stato portato al luogo del giudizio; ho visto molti di quelli che portavano il nostro abito andare al supplizio e molta gente del mondo entrare nel Regno’. Da allora l’anziano si consegnò al πένθος e non volle più uscire dalla sua cella. [Silvano, 2]
Evidentemente l’effusione di lacrime costituisce un canone spirituale per l’uomo religioso (Cfr. M. Lot-Borodine, Le mystère du “don des larmes” dans l’Orient chrétien, 1993).
Lacrime e supplica
“Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge” (Ne 8,9). E ancora: “Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l’orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime” (Sal 38,13). Sembra tornare qui il paradigma delle lacrime verticali, dall’alto quelle di Neemia, dal basso quelle del Salmista.
Le lacrime accompagnano la supplica in tutta la sua durata. Per esempio, un padre disperato chiede in lacrime la guarigione di suo figlio (Mc 9,24); come pure la peccatrice in lacrime, senza parlare, chiede a Cristo il perdono (Lc 7,38). Cristo stesso, “nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con lacrime a colui che poteva liberarlo da morte” (Eb 5,7).
Le lacrime appartengono alla pratica della preghiera, sono parte integrante delle fatiche della vita spirituale: secondo i Padri penitenza, conversione e cambiamento di mentalità sono il primo gradino della vita spirituale. Evagrio parla di una certa durezza interiore o insensibilità spirituale e torpore, contro cui sono di aiuto solo le lacrime del lutto spirituale. Secondo Evagrio lo spirito di accidia allontana le lacrime e lo spirito di tristezza demolisce la preghiera. Le lacrime sono dunque strumento di amara conversione. Tuttavia, non devono mai diventare autonome, bensì devono restare sempre e solo uno strumento della vita pratica, accompagnate da umiltà. Le lacrime, infatti, non stanno solo all’inizio del cammino spirituale della conversione, ma in realtà lo accompagnano fino all’obiettivo, allorché si trasformano in lacrime spirituali e in una certa gioia del cuore, che i Padri considerano come un segno dell’azione dello Spirito e dunque della vicinanza a Dio (G. Bunge, Vasi di argilla. La prassi della preghiera personale secondo la tradizione dei santi padri, 1996).



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