Dal profondo a Te grido

                                     Giotto, La risurrezione di Lazzaro, XIV sec., Cappella degli Scrovegni. 

V Domenica di Quaresima, anno A

 

Gv 11,1-45

La risurrezione di Lazzaro è il settimo e ultimo segno di Gesù nel racconto di Giovanni. È l’ultima rivelazione, che ci introduce nel mistero della sua morte e risurrezione. Difatti il brano termina con la decisione del sommo sacerdote di mettere a morte Gesù: “Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 11,53).

I sette segni che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni sono: le nozze di Cana, con la trasmutazione dell’acqua in vino (Gv 2,1-11); la guarigione a distanza del funzionario (Gv 4,46-54); la guarigione del paralitico a Betsaida, di sabato (Gv 5,1-9); la moltiplicazione dei pani  (Gv 6,1-15); il dominio di Gesù sulla natura, camminando sulle acque (Gv 6,16-21); la guarigione del cieco nato (Gv 9,1-7); la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45)

Il brano odierno presenta già all’inizio un effetto straniante: “un certo Lazzaro” sembrerebbe uno sconosciuto, mentre nel prosieguo scopriamo essere un amico di Gesù, anzi una persona a cui è molto affezionato. Questo incipit, dunque, evoca una situazione misteriosa e suscita attenzione. Ci troviamo a Betania, villaggio in cui abitano gli “amici” di Gesù, cioè i fratelli Lazzaro, Marta e Maria (“quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli”). 

Ora, veniamo a sapere che Lazzaro era gravemente malato, e le sorelle mandano a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato [Κύριε, ἴδε ὃν φιλεῖς ἀσθενεῖ.]” (non lo fanno di persona perché probabilmente non era una mansione femminile).

Gesù reagisce alla notizia dicendo: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato [ἀλλ’ ὑπὲρ τῆς δόξης τοῦ θεοῦ ἵνα δοξασθῇ ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ δι’ αὐτῆς]”. La malattia non ha l’ultima parola.

A questo punto veniamo a sapere che Gesù voleva bene ai tre fratelli, ma questo non è un motivo valido per affrettarsi: anzi, Gesù quasi si attarda, nella certezza che quello che accade ha un senso preciso, in ordine alla salvezza, cui egli stesso deve sottostare.

In quel luogo vi “rimase [ἔμεινεν] per due giorni”: un’annotazione che suona come qualcosa di imperfetto – ci si sarebbe piuttosto aspettati tfe giorni, se avesse voluto esprimere un compimento.

Dopo di che Gesù prende la via di ritorno per la Giudea, proprio lì dove avevano cercato di lapidarlo. E all’obiezione dei discepoli egli risponde in maniera ancora più criptica, osservando che le ore del giorno sono dodici: “Se uno cammina di giorno [ἐν τῇ ἡμέρᾳ], non inciampa, perché vede la luce di questo mondo [τὸ φῶς τοῦ κόσμου τούτου]”. Tempo e spazio si intrecciano.

Quindi, egli afferma: “Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo [ὁ φίλος ἡμῶν κεκοίμηται, ἀλλὰ πορεύομαι ἵνα ἐξυπνίσω αὐτόν]”.

Come sappiamo da altri brani del Vangelo di Giovanni, la dimensione del “rimanere” rende possibile la fede, nei discepoli come nella gente che incontra; in questo brano, al contrario, è il rimanere solo due giorni a suscitare perplessità e curiosità.  

L’osservazione di Tommaso (Didimo) è sincera, ma estremamente goffa: “Andiamo anche noi a morire con lui!»” – ma non è affatto questo il morire richiesto dal Vangelo!

Poi la mirabile scena domestica: Maria sta seduta in casa, mentre Marta va incontro a Gesù per rimproverarlo (“Signore, se tu fossi stato qui [Κύριε, εἰ ἦς ὧδε]…”) e poi implorarlo (“Ma anche ora so [καὶ νῦν οἶδα] che qualunque cosa tu chiederai a Dio…”).

Segue un dialogo sulla risurrezione, che termina con la professione di fede di Marta: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo [Ναί, κύριε· ἐγὼ πεπίστευκα ὅτι σὺ εἶ ὁ χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ ὁ εἰς τὸν κόσμον ἐρχόμενος]”.

Marta si reca subito dalla sorella e di nascosto (λάθρᾳ) le dice: “Il Maestro è qui e ti chiama [Ὁ διδάσκαλος πάρεστιν καὶ φωνεῖ σε]”. Maria si leva subito (ἠγέρθη ταχὺ) per andare da Gesù: questo levarsi subitaneo è quasi un anticipo di risurrezione.

I Giudei si recano al sepolcro (μνημεῖον), descritto più avanti come “una grotta [σπήλαιον]” chiusa da una pietra – anche qui c’è un anticipo di risurrezione.

Non appena Maria incontra Gesù, gli si getta ai piedi e lo rimprovera – come sua sorella –: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! [Κύριε, εἰ ἦς ὧδε οὐκ ἄν μου ἀπέθανεν ὁ ἀδελφός]”.

Alla vista di quanti piangevano Lazzaro, Gesù stesso si commuove profondamente (ἐνεβριμήσατο τῷ πνεύματι) e scoppia in lacrime (ἐδάκρυσεν).

Seguono lamentele e critiche verso Gesù, da una parte, e premure verso Lazzaro dall’altra. A questo punto Gesù leva gli occhi al cielo, rende grazie al Padre e chiede all’uomo di uscire dal sepolcro: l’uomo – descritto grottescamente come un “cadavere” (ὁ τεθνηκὼς) – esce con mani e piedi bendati. Gesù ammonisce allora di liberarlo e lasciarlo andare – quasi che inizi per lui una vita nuova, e una nuova missione.

Molti Giudei, al vedere questo grande segno, “credettero in lui [θεασάμενοι ἃ ἐποίησεν, ἐπίστευσαν εἰς αὐτόν]”.

Anche l’apostolo Paolo ci ricorda la nostra condizione di mortalità: il “vivere secondo la carne” designa la fragilità che ostacola la relazione col Signore. Invece “lo Spirito è vita” (Rm 8,8-11) e abita in noi, a condizione che lo ascoltiamo e imploriamo, come evoca il salmista: “Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce” (Sal 129).

L’immagine di Gesù che alza gli occhi al cielo per rendere grazie al Padre è l’esperienza dello Spirito che vivifica. Anche il profeta Ezechiele evoca un passaggio dalla morte alla vita: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele” (Ez 37,12-14).


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«Lazzaro rappresenta l’uomo morto nel peccato; il sepolcro è il suo cuore; la pietra è la consuetudine del peccato… Colui che è stato richiamato alla vita dalla voce del Signore, viene sciolto dalle bende mediante il ministero della Chiesa». (Augustinus, Tractatus in Ioannem 49).


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