non di solo pane...
Questo Salmo è noto come il Qui habitat: veniva invocato
dai pellegrini che, recatisi al Tempio di Gerusalemme, vi trascorrevano la
notte in attesa di un oracolo di JHWH. È un salmo di fiducia e ottimismo: sotto
la protezione divina il fedele troverà salvezza e liberazione dal nemico, dalla
malattia e da ogni pericolo. Questo salmo è citato nei Vangeli (Mt 4,6; Mc
16,18; Lc 10,19): Satana lo utilizza per tentare Gesù, il quale risponde con
decisione che la fede in Dio provvidente non può implicare alcun atteggiamento magico
e non può essere un pretesto per spingere il Signore a compiere dei miracoli.
La liturgia giudaica e cristiana propone questo salmo, così pacificante, come preghiera serale nella Compieta dopo i secondi Vespri della Domenica.
Il tempo quaresimale dell’anno A nelle prime due domeniche presenta
Gesù nella sua realtà umana, teso ad adempiere la volontà del Padre; nelle
altre tre domeniche presenta Cristo che opera con segni di salvezza.
Questa prima domenica riporta un episodio duro della vita
del Signore, in cui egli vince con fermezza il tentatore. Questo episodio segue il battesimo nel Giordano e precede l'inizio della
predicazione in Galilea. Marco ci informa brevemente del digiuno di
40 giorni nel deserto e della tentazione (ampliata da Matteo e Luca).
Parlando delle tentazioni di Gesù l’evangelista ha in mente quelle
del popolo ebraico, che nel deserto del Sinai è stato messo alla prova da
Dio per 40 anni (fame, sete, serpenti, ecc.), verificando più volte la
fedeltà del Signore nei suoi confronti. Le tentazioni di Gesù sono tre: un numero
simbolico, che indica la pienezza della prova e la perfezione che consegue chi
l’ha superata. Chi collabora con Dio dà prova di abbandono e di fiducia. Ma a
differenza di Israele, che spesso è caduto nelle tentazioni, Gesù le ha subito vinte.
E le ha vinte poggiandosi sulla sola Parola di Dio.
Si è soliti denominare il brano di Mt 4,1-11 (e ai passi paralleli in Mc 1,12-13 e Lc 4,1-13) “Le tentazioni di Gesù”; ma a ben vedere sarebbe più congruo – sulla base di Dt 8,3 – denominare il brano “Il Figlio di Dio messo alla prova”. Il centro del brano è, infatti, il Figlio di Dio “provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Dopo una breve introduzione Matteo riporta tre dialoghi fra Satana e Gesù, e poi aggiunge una conclusione. In ciascuno dei dialoghi il nemico mette alla prova Gesù, il quale risponde citando Dt 6-8.
Il brano di Genesi che precede il Vangelo è quello che conclude il poema della creazione (Genesi 2,7-9;3,1-7): Dio viene esaltato con la creazione dell’uomo, creatura più perfetta; all’uomo viene invece attribuita la responsabilità del disordine esistente nel mondo.
Il Signore trae la vita dalla materia inerte: ecco il
prodigio. Il Signore inspirò (ebr. nafah). Vengono
in mente diversi passi dell’AT: in Ez 22,21, per i peccati del
popolo il Signore “soffia” su di esso; oppure in Ez 37,9, il
Signore soffia lo spirito di vita sul popolo di morti, a cui è promessa la
resurrezione. Anche Elia soffia la vita sul figlio della vedova di Sarepta (in
1Re 17,21); Tobia restituisce la vista al padre Tobi, spalmando il
fiele del pesce sui suoi occhi e soffiando (Tob 6,9).
La prospettiva di Gen 2,7 viene ripresa nel NT da Giovanni: la sera della Resurrezione il Signore Risorto finalmente «soffia lo Spirito» sui discepoli (Gv 20,22).
Anche nella pericope evangelica (Mt 4,1-11) “Gesù” - non chiamato messia, questa volta, ma per nome - è un uomo come noi, che sta per essere tentato (cfr. Eb 2,18).
“fu condotto dallo Spirito nel deserto”: il passivo indica un volere dall’alto. Gesù non va nel deserto di sua spontanea
volontà: lo Spirito, che prima aveva reso possibile la sua generazione (Mt
1,20; Lc 1,35) ed era venuto visibilmente su di lui per mostrare il
compiacimento del Padre (Mt 3,16), ora lo conduce nel deserto – proprio come
aveva condotto il popolo eletto (Dt 8,2).
“per essere tentato”: (πειράζω) nel linguaggio
biblico tentare significa sia “mettere alla prova, saggiare”, sia “far deviare
dalla retta via”. In tal senso, Dio può mettere alla prova Israele, ma
Israele non può mettere alla prova Dio. Qui le tentazioni dimostreranno la
fedeltà del Figlio di Dio: prevale il secondo significato, nonostante la velata
allusione a Dt 8,2.
In che senso Gesù è stato tentato? Certamente vi si è
sottoposto, ha accettato la tentazione come condizione permessa dal Padre. Solo
se tentato il Signore può aiutare realmente i tentati (Eb 2,18), e per operare
questo, egli deve essere in tutto come noi, salvo il peccato (Eb
4,15).
“diavolo”: qui si insinua il tentatore, colui
che è sempre in agguato tra gli uomini, come già contro Adamo ed Eva innocenti,
come poi contro tutti i fedeli del Signore (cfr. 1 Tes 3,5).
Il tentatore ha 3 nomi di morte, e produce 3 tentazioni di morte:
- “il tentatore”: come tale chiede a Gesù di fare un inutile prodigio;
- “il diavolo”, o “divisore”: come tale chiede a Gesù di separarsi dal Padre sfidandolo in un capitombolo;
- “satana”, o “nemico”: nome datogli da Gesù stesso, cioè l’accusatore dell’uomo per rovinarlo.
“quaranta giorni e quaranta notti”: è il tempo
dell’attesa e della prova, ma anche della rivelazione. Gesù segue l’esempio dei
Padri: Mosè aveva digiunato 40 giorni sul monte, alla presenza del Signore, per
ricevere la Legge (cfr. Es 34,28; Dt 9,9); spezzate le tavole per il peccato di
idolatria, egli ripete il digiuno (Dt 9,18).
Ecco le 3 tentazioni, ripetute puntualmente al culmine della
vita del Signore, sulla Croce ““scendi dalla Croce, salvati – salvati, scendi
dalla Croce”: Mt 27,40.42.44).
Le tre tentazioni possono essere sintetizzate come
tentazioni sull’uso del potere; la prima tentazione
infatti è una sollecitazione ad usare il potere per provvedere alle
ordinarie necessità materiali.
“Se sei Figlio di Dio”: proclamato al battesimo “Tu sei”, ecco il dubbio “se”. La radice di ogni tentazione è il dubbio! “Figlio di Dio” è detto proprio dai demoni (8,29); dai discepoli (14,33) e da Pietro (16,16); è anche la domanda del sommo sacerdote (26,63) a cui Gesù risponde con decisione; è infine la professione del centurione sotto la Croce (27,54). Allora il tentatore insinua che il Padre abbia mentito al Battesimo...
Ma il Figlio di Dio deve dimostrare di esserlo? Deve tramutare queste pietre in pane? Gesù è tentato sul terreno della sfiducia nel Padre: è la tentazione a cui Israele non seppe resistere quando si trovava nel deserto (cfr. Es 4,22), mormorando contro perché mancava di cibo (Es 16,3).
Così Gesù prende la Spada dello Spirito ch’è la Parola di Dio (cfr. Ef 6,17) e taglia netto: “Sta scritto” ossia alla lettera, "è stato scritto da Dio" (è un passivo che indica un'azione divina).
Gesù contrappone alla tentazione la riflessione e
l’ammonimento di Mose ad Israele proprio riguardo a quell’episodio (Dt 8,3). La parola di Dio è promessa che non viene mai meno.
Anche la seconda tentazione riguarda il potere; viene
chiesto a Gesù di dare un segno spettacolare per far credere nella sua
messianicità, tanto da mettere alla prova Dio stesso.
“Prende Gesù” (o meglio “condusse con sé”, dal verbo παραλαμβάνω). Proprio il Signore, che ha assunto a sé il popolo suo per fargli dono dell’alleanza sul Sinai, adesso permette che il suo unico Figlio venga catturato fisicamente, atto che si compirà nei giorni di Passione. Il diavolo mostra di conoscere bene i testi messianici (cita Sal 91/90).
Ma Gesù è “la Parola Vivente” del Padre: è il
contenuto della scrittura, la conosce in profondità e la sa applicare. Egli
respinge la seconda tentazione citando ancora la Scrittura (Dt 6): il Signore è
unico e fedele, va ascoltato e non tentato.
“gettati”: è ancora un imperativo aoristo, che
ordina di dare inizio a un’azione nuova.
Il diavolo fa ancora violenza a Gesù, portandolo su un monte
alto: è una tentazione di potenza e dominio, costruita su una menzogna: donerò tutto questo a te, come
se la sovranità traesse origine da lui.
Invece, “tutto il potere” è stato rimesso al Figlio
dell’uomo, direttamente da Dio, per la salvezza degli uomini. Satana mira a
possedere il cuore dell’uomo: dà per avere, vuole dominare sulla vita delle
persone e riceverne il massimo onore, cioè l’adorazione.
Il nemico è così smascherato, è cacciato
via. Anche Pietro, per aver tentato di distogliere il Maestro dalla linea del
messianismo sofferente, meriterà il titolo di "satana" (Mt 16,23). L’arma più
efficace contro il nemico è ancora una volta la Scrittura.
Ecco la conclusione attesa: allora il
diavolo lo lascia. Luca annota preziosamente per noi: il
diavolo si allontanò da lui fino al καιρός (Lc 4,13c), “tempo
prestabilito” da Dio, cioè la Croce.
Al “servizio” degli angeli Marco aggiunge la compagnia delle bestie (Mc 1,13), quasi a ricapitolare la situazione dell’Eden.
Le tentazioni di Gesù, nella lettura di P. Evdokimov:
I tre voti monastici si
presentano come la magna charta della libertà umana. La povertà libera
dall’influenza della sfera materiale, è la trasformazione battesimale in nuova
creatura; la castità libera dall’influenza della sfera carnale,
è il mistero nuziale dell’agape; l’obbedienza libera
dall’influenza idolatrica dell’io, è la filiazione divina nel Padre. Tutti,
monaci o no, le chiedono a Dio, seguendo la struttura tripartita del Padre
nostro: l’obbedienza unicamente alla volontà del Padre; la povertà di
chi non ha che un’unica fame, quella del pane sostanziale, eucaristico; infine,
la castità, purificazione dal maligno…
I Padri, fin dall’inizio, hanno
visto nel racconto delle tentazioni nel deserto il testamento
spirituale del Gesù dei vangeli. In effetti, dall’archetipo dell’uomo
presente nella Sapienza divina il tentatore oppone il suo controprogramma:
l’uomo della sophìa (sapienza) demoniaca. Lo svolgimento
di tutta la storia umana è presente in una sintesi impressionante in cui
viene detto tutto, nell’uno e nell’altro senso. Satana presenta le tre
soluzioni infallibili per l’esistenza umana: il miracolo alchimistico della
pietra filosofale, il mistero delle scienze occulte con il loro potere
illimitato, e infine l’unica autorità unificatrice.
Trasformare le pietre in pane significa
risolvere definitivamente il problema economico, sopprimere il sudore
della fronte (cfr. Gen 3,19) e lo sforzo ascetico messo in atto dalla
creazione. Gettarsi dall’alto del tempio significa sopprimere il
tempio e il bisogno stesso della preghiera, mettere al posto di Dio il potere
magico, vincere il principio di necessità, impossessarsi dei misteri e risolvere
definitivamente il problema della conoscenza. Ora, una
conoscenza-penetrazione senza limiti significa una sottomissione degli elementi
cosmici e carnali, la soddisfazione immediata della concupiscenza, una durata
fatta di piccole eternità di godimento, la soppressione della castità.
Infine, riunire tutte le genti sotto un unico potere significa risolvere
il problema politico, sopprimere la guerra, inaugurare l’era della pace nel
mondo.
Il primo atto di questo dramma
si consuma tra il Dio-uomo (Gesù) e Satana. Se Cristo si fosse prosternato
dinanzi a Satana, Satana si sarebbe ritirato dal mondo, perché in esso non
avrebbe avuto più nulla da fare. Definitivamente prigioniera, l’umanità sarebbe
vissuta senza conoscere la libertà di scelta, perché sarebbe vissuta al di qua
del bene e del male… Al Dio impegnato nella storia, Satana propone il
messianismo infallibile, senza rischi né sofferenza, fondato sulla triplice
soppressione della libertà, sulla triplice schiavitù dell’uomo: la violazione
della sua libertà tramite il miracolo, il mistero e l’autorità (questo aspetto
delle tre tentazioni si trova al centro della “Leggenda del grande inquisitore”
di Fedor Dostoevskij…)
Il rifiuto divino non cambia
nulla nell’atteggiamento del tentatore: il suo progetto sarà ora
presentato all’uomo, ed è il secondo atto del dramma che coinvolge la
storia.
Il tempo crudele delle
persecuzioni (nei primi secoli) costringe a invocare l’avvento dell’impero
cristiano. La paradossale canonizzazione di Costantino, dichiarato “santo”,
attesta la valenza positiva della sua impresa, giustificata dialetticamente con
il principio dell’“economia”. La chiesa viene imposta al mondo pagano, ottiene
ampia udienza; ne uscirà vincente? Questo è un altro problema. In tale
confronto una parte di essa si sporcherà le mani, un’altra le conserverà pulite
astenendosi da ogni compromesso: entrambe sono necessarie e si completano. Del
resto non sarà la chiesa ufficiale, istituzionalizzata, a dire parole di vita;
essa affiderà questo compito ai padri del concilio, e soprattutto ai grandi
spirituali monaci…
Bisogna ammetterlo, il sedicente
“impero cristiano” si edifica sulle tre soluzioni di Satana, certo non
integralmente e a livello cosciente, ma con un intreccio di luce e oscurità:
Dio e Cesare, le suggestioni di Satana e le confutazioni di Cristo. L’impero è
ambiguo perché elude la croce; nessuno stato cristiano, proprio in questo
stato, è mai stato crocifisso… Il fatto di misconoscere la potenza di
protezione della croce lascia principi e politici senza difese di fronte alle
soluzioni di comodo delle tre tentazioni.
È a questo punto che il
monachesimo fa il suo ingresso sulla scena della storia. È il “no” più
categorico a ogni compromesso, conformismo, complicità con il tentatore, che si
cela a volte dietro la corona imperiale, altre volte dietro la mitria episcopale.
È il “sì” a Cristo, che risuona dal deserto. Non si insisterà mai abbastanza
sul carattere salvifico per la cristianità della semplice realtà dell’avvento
del monachesimo… Le tre risposte di Cristo sono risuonate nel silenzio del
deserto, quindi di là che i monaci sono partiti per riascoltarle e riceverle
come regola della vita monastica nella forma dei tre voti…
Questo livello di libertà
trascende i confini delle istituzioni e si offre nel suo significato universale
come soluzione all’esistenza umana. Il monachesimo interiorizzato del
sacerdozio regale trova la sua spiritualità particolare facendo suo
l’equivalente dei voti monastici.
Nell’ora in cui si sta
concludendo chiaramente l’epoca costantiniana (la cristianità come impero),
il combattimento del re cristiano lascia il posto al regno dei martiri e all’eroismo
dei fedeli nel quotidiano, che non è forzatamente spettacolare.
Il voto di povertà
La risposta del Signore: "Non di
solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4)
mostra il passaggio dall’antica maledizione ("Con il sudore del tuo volto
mangerai il pane": Gen 3,19) alla nuova gerarchia dei valori, al primato
dello spirito sulla materia, della grazia sulla necessità. Nella casa di
Marta e Maria Gesù opera il passaggio dal pasto materiale, dalla fame fisica,
al banchetto spirituale, alla fame dell’”unico necessario”. (cfr. Lc 10,38-42).
La versione delle beatitudini nel Vangelo di Luca accentua il capovolgimento
delle diverse situazioni: "Beati voi, poveri… Beati voi, che ora avete fame" (Lc 6,20-21). Anche la povertà fisica ("Con il sudore del tuo volto") non è più
una maledizione, ma un segno di elezione posto sugli umili, gli ultimi e i
piccoli, contrapposti a potenti e ricchi. I “poveri di Israele” pronti ad
accogliere il Regno, e più in generale i “poveri in spirito” (Mt 5,3), ricevono
in dono per grazia il “pane degli angeli”, la parola del Padre discesa nel pane
eucaristico.
La pietra che diventa pane della
prima tentazione, miracolo apparentemente banale, toglie di mezzo
innanzitutto il Povero: non il mendicante oggetto dei “bazar di carità”,
ma il Povero per eccellenza, colui che condivide il suo essere, la sua
carne e il suo sangue eucaristici. Così ogni vero povero con il “sudore del suo
cuore” condivide il proprio essere. Una simile povertà veniva predicata da
padri della chiesa della statura di un Giovanni Cristostomo come l’unica
soluzione economica. Il vangelo esige quello che nessuna dottrina politica
chiede ai suoi adepti. A livello mondiale solo un’economia basata sul
bisogno e non sul profitto ha possibilità di successo, ma implica sacrifici e
rinunce. Non si può fruire dei beni in modo anarchico. I veri bisogni
variano a seconda delle vocazioni, ma l’essenziale si trova nell’indipendenza
della persona da ogni possesso.
L’assenza del bisogno di avere
diviene bisogno di non avere. Lo spazio della libertà disinteressata dalle
cose restituisce allo spirito la capacità di amarle come dono di Dio. Vivere in
ciò che è “donato in sovrappiù” significa vivere tra la miseria e il superfluo.
Persino l’ideale monastico non predica la povertà formale, ma una saggia
moderazione dei bisogni.
La misura della povertà, che è
sempre personalissima, esige fantasia creativa ed esclude lo spirito settario
riduttivo. Il problema non è nella privazione, ma nell’uso;
nell’offerta di un bicchiere d’acqua è la qualità del dono, ciò che
giustificherà l’uomo nel giudizio finale (cfr. Mt 10,42). Per tale motivo,
Giacomo precisa il senso dell’elemosina in questi termini: “Visitare gli orfani
e le vedove nelle sofferenze” (Gc 1,27). E se non vi è nulla da condividere,
resta l’esempio dell’economo infedele della parabola evangelica, che
distribuisce le ricchezze del suo Signore (l’amore inesauribile) per
moltiplicare gli “amici in Cristo”
Così ad esempio la vergine Maria
“custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2,19), ne ha fatto
il suo stesso essere e lo Spirito santo ha fatto di lei il “dono di
consolazione” le la “porta del Regno”.
(P.
Evdokimov, Les âges de la vie spirituelle, 1964)



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