Le icone e la Croce

(Crocifissione, metà XIII sec., Monastero Santa Caterina, Sinai) 

Dio è per Sua natura Spirito (Gv 4,24), ed è invisibile. Tuttavia, l’evento decisivo della storia cristiana è stato l’incarnazione, la venuta di Dio nel mondo in carne umana. Nell’incarnazione «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), e alla vista del Figlio di Dio Gesù Cristo gli uomini scorgono il volto di Dio, misterioso e invisibile.

La teoria e la pratica di “scrivere” le icone di fonda proprio su questa verità. Il Dio invisibile non può essere rappresentato, ma si può rappresentare ciò che all’uomo si è mostrato in forma visibile. Di conseguenza, è possibile raffigurare Gesù Cristo e gli eventi della Sua vita. Sull’icona della epifania del Signore si può rappresentare lo Spirito Santo come è apparso agli uomini, quando Gesù è risalito dall’acqua: in forma di colomba. E sulle icone si possono raffigurare la Madre di Dio, i santi, diversi eventi della storia salvifica e della storia della Chiesa.

La venerazione delle icone

Nella Chiesa Ortodossa le icone godono di una particolare venerazione. La venerazione delle icone è non soltanto una pia tradizione – essa è un dogma, che è stato proclamato nell’VIII sec. alla fine di aspre persecuzioni degli iconofili ad opera degli iconoclasti. Condannando l’iconoclastia come eresia, la Chiesa ha operato una riflessione teologica sulla pratica di scrivere le icone e di venerarle, pratica che esiste sin dai tempi più antichi.

La venerazione delle icone non ha nulla in comune con la venerazione di idoli, e non è in alcun modo vietata dal II comandamento della Legge mosaica: «Non ti farai idolo né immagine alcuna…» (Es 20,4). Questo comandamento si rivolgeva contro la venerazione di falsi dei, nella misura in cui gli uomini dei tempi antichi avevano come caratteristica quella di idolatrare animali, oggetti d’uso o forze della natura e di venerarli come degli dei. I cristiani, invece, venerano l’unico vero Dio.

Nella loro risposta contro gli attacchi degli iconoclasti i Padri della Chiesa hanno sottolineato la differenza tra l’adorazione, che si deve soltanto a Dio, e l’adorazione, che spetta invece alla Madre di Dio e ai santi. I cristiani adorano l’unico Dio nella Trinità oggetto di lode. Essi venerano i santi, ma non li idolatrano, e neppure li adorano come dei o idoli.

La venerazione delle icone si esprime così: i credenti pregano e si inchinano dinanzi alle icone, le baciano. Ma nel far questo i segni di venerazione non si rivolgono alla tavola con i colori, bensì a quanto in esse rappresentato. Nelle parole dei Padri della Chiesa «l’onore tributato all’immagine si riferisce al prototipo».

Il significato teologico, liturgico e morale dell’icona

Le icone si possono distinguere in modo assai essenziale le une dalle altre, in base allo stile; però, la differenza fra le icone in generale e gli altri dipinti consiste nel fatto che esse sono scritte in base a un “canone”, cioè un insieme di regole, che nel corso dei secoli è rimasto invariato.

Un’icona non è un ritratto, essa non mira cioè a riprodurre esattamente la forma esteriore di un determinato santo. Non sappiamo come apparivano i santi dei tempi antichi; tuttavia abbiamo a disposizione fotografie di uomini che in tempi più recenti sono stati riconosciuti dalla Chiesa come santi. Un confronto della fotografia di un santo con la sua icona rende visibile come l’iconografo si sia preoccupato di mantenere soltanto i tratti caratteristici più generali della forma del santo. Lo si può riconoscere sull’icona, ma è un altro: i suoi tratti sono fini e nobili, gli è stato conferito un volto iconografico.

L’icona mostra l’uomo nella sua forma trasfigurata, divinizzata.

«L’icona è l’immagine dell’uomo, nel quale è realmente presente la grazia che consuma le passioni e santifica tutto. Per questo la sua carne è rappresentata essenzialmente diversa dalla consueta carne corruttibile. L’icona è una comunicazione sobria, assolutamente priva di qualsiasi esaltazione, di una certa realtà spirituale. Se la grazia illumina l’uomo tutto intero, cosicché tutto il suo essere spirituale e fisico è afferrato dalla preghiera e dimora nella luce divina, l’icona fissa in maniera visibile quest’uomo divenuto icona vivente, autentica somiglianza di Dio»[1].

Per il suo significato liturgico l’icona appartiene in modo imprescindibile allo spazio liturgico della chiesa, è una componente stabile del servizio divino. Ad ogni icona corrisponde di norma una determinata festività della Chiesa, ad esempio La memoria dei santi.

Un’icona porta in sé un contenuto morale profondo. Ad es., l’immagine della Santissima Trinità – a prescindere dal rimando simbolico alla Tri-unità della natura divina – ci aiuta a far memoria dell’unità spirituale, alla quale noi tutti, come membri della Chiesa cristiana, siamo chiamati dal Redentore stesso. E l’immagine della Dormizione della Santissima Madre di Dio – a prescindere dal nesso con un evento storico concreto, che si esprime in una determinata festività nella Chiesa – rimanda al fatto che nel cristianesimo la morte è concepita come passaggio alla vita eterna, lì dove Cristo stesso aspetta quelli che Gli hanno creduto e hanno adempiuto i suoi comandamenti.

Le icone di Cristo, della Madre di Dio, degli angeli e dei santi

Le icone di Gesù Cristo possono essere di diversi tipi. Ad es., nell’icona del Salvatore “Cristo Pantocratore (Dominatore su tutto)” Gesù Cristo è appresentato seduto in trono e con un libro aperto nelle mani. L’icona “Cristo Emmanuele” lo raffigura come un giovinetto con i capelli lunghi e ricci. Nell’icona “Cristo fra la potenze” viene raffigurato seduto in trono, circondato di angeli – cherubini e serafini.

Le icone della Madre di Dio possono avere anch’esse diverse tipologie, con o senza Bambino. Nell’icona della “Madre di Dio della tenerezza” Ella è raffigurata con una rotazione a tre quarti, e il Bambino le si stringe guancia a guancia. Nella tipologia della “Odigitria (Colei che indica la strada)” vengono raffigurati la Madre e il Bambino con il viso rivolto verso l’osservatore, e la mano del Bambino è elevata in un gesto benedicente. Nell’icona della “Vergine del Segno” la Madre di Dio è raffigurata con il viso rivolto verso l’osservatore e il Bambino in una mandorla[2]. La Madre di Dio è raffigurata senza Bambino soprattutto quando fa parte del gruppo che si trova sulla fila della Deesis.

Le icone della Madre di Dio si distinguono, inoltre, in base al luogo dove hanno origine o dove sono venerate. Sono famose, ad es., le icone della Madre di Dio di Vladimir, di Smolensk, di Kostroma, la Portaitissa (o Iverskaya) e molte altre. Ognuna di esse ha una sua storia ed è divenuta celebre in virtù di numerosi miracoli. 

Un angelo sull’icone viene raffigurato di solito nella forma di un giovinetto con le ali. Alcuni cori di angeli nella tradizione iconografica hanno incontrato una raffigurazione particolare: i cherubini hanno molti occhi, i serafini hanno sei ali.

Anche i santi venerati dalla Chiesa trovano spazio nelle icone: la loro raffigurazione, peraltro, deve seguire delle regole precise. Ad es., i dignitari ecclesiali sono raffigurati in veste episcopale, i martiri con una croce fra le mani, i venerabili in abito monastica, i profeti con un rotolo della Scrittura in mano. Inoltre, su di una sola icona possono essere raffigurati anche più santi.

Alcune icone sono definite taumaturgiche, poiché a partire da esse hanno avuto luogo determinati miracoli, ad es. numerose guarigioni. Ad alcune icone si collegano eventi come una vittoria in battaglia o un salvataggio dal pericolo. Fra le icone taumaturgiche della Madre di Dio si possono ricordare – oltre a quelle già menzionate – le icone dette “Gioia di tutti gli afflitti”, “Ricerca dei perduti”, “Gioia insperata” e molte altre. Ci sono anche icone taumaturgiche del Redentore, di angeli e santi.

La venerazione della Croce

Un ruolo particolare nella Chiesa Ortodossa riveste la venerazione della Croce, che da essere uno strumento di esecuzione è diventato uno strumento di riconciliazione e un segno della vittoria sulla morte. La croce è un simbolo centrale del cristianesimo: alla croce si rende venerazione, si prega dinanzi a essa, e le è attribuita inoltre una forza taumaturgica.

La venerazione della Croce ha un fondamento teologico antico, che risale a molti secoli fa. Già nelle lettere dell’apostolo Paolo la Croce viene menzionata più volte. L’apostolo chiama l’annuncio della crocifissione, da parte del Salvatore, la «parola della croce», che è «stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1,18). Di se stesso, poi, Paolo afferma: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). Secondo la dottrina dell’apostolo, Cristo ha riconciliato l’uomo «con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia» (Ef 2,16). L’apostolo parla della croce in tutte queste e in molte altre occasioni nelle sue lettere, lì dove la croce è sinonimo di crocifissione, di morte in croce del Salvatore.

La Chiesa Ortodossa dedica alcuni giorni dell’anno alla venerazione della croce: la domenica e la settimana della Venerazione della Croce (terza domenica della Grande Quaresima), la festa dell’Esaltazione della Croce del Signore, e alcune altre feste consacrate alla croce. Ogni venerdì e ogni giorno della Settimana Santa, durante la celebrazione liturgica vengono pronunciate delle preghiere che sono rivolte alla croce di Cristo. Molte preghiere pronunciate durante la liturgia si rivolgono non soltanto a Gesù che pende dalla croce, ma anche alla croce stessa del Signore[3].

La Chiesa Ortodossa ha mantenuto l’antica consuetudine di fare un segno di croce per la celebrazione liturgica e per la preghiera a casa. Questa consuetudine è una componente stabile della tradizione ecclesiale[4]. I fedeli fanno un segno di croce quando pregano, ma anche prima di iniziare ogni attività. La benedizione del sacerdote ha luogo quando egli benedice le persone che incedono facendo un segno di croce. La trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue del Salvatore, la consacrazione dell’acqua per il sacramento del battesimo e molte altre azioni sacerdotali sono accompagnate da segni di croce.

Nella tradizione ortodossa si incontrano diverse forme di rappresentazione della croce. È molto diffusa la semplice croce a quattro braccia, formata da due travi: tale croce è stata utilizzata soprattutto nella Chiesa primitiva. Nella tradizione russa ha trovato diffusione anche una croce a otto braccia: la trave superiore simboleggia la tavola con l’iscrizione «Gesù di Nazareth, Re dei Giudei», quella inferiore i punti d’appoggio per i piedi del Salvatore. Talvolta questa croce viene raffigurata sul «Golgota», cioè un rialzo a due livelli. Su di esso si trovano a sinistra dell’osservatore la lancia con cui è stato perforato il fianco del Salvatore, a destra la canna con la spugna che è stata portata alla Sua bocca. Accanto a queste rappresentazioni simboliche della croce, non di rado nelle chiese c’è la «crocifissione», cioè rappresentazione del Salvatore in croce.

Ogni cristiano ortodosso porta una croce al collo sotto l’abito. I sacerdoti nella Chiesa Ortodossa Russa portano la croce sul petto, al di sopra della stola[5]. Il vescovo, durante la celebrazione liturgica, insieme alla Panaghia[6] (raffigurazione della Madre di Dio) porta una croce al collo. Delle croci si trovano sulle cupole delle chiese e delle cappelle, e sulle tombe dei cristiani ortodossi. Croci di memoria vengono installate all’aperto perché i fedeli possano venerarle, ad es. nei luoghi dove ci sono tombe di massa, in memoria di una liberazione dal pericolo, oppure in ricordo di una chiesa che prima si trovava lì, o ancora come segno che lì sarà edificata una chiesa.

La venerazione della croce è rimasta nel corso dei secoli una componente stabile nella vita della Chiesa Ortodossa. La venerazione della croce è strettamente connessa con la venerazione del Signore crocifisso e Salvatore, e nei testi liturgici i temi della croce, passione, crocifissione e risurrezione sono assolutamente interconnessi.

La croce di Cristo è la sorgente della salvezza, scaccia demoni, con la croce i fedeli prendono parte alla benedizione di Dio. Ma la forza che opera attraverso la croce non è una forza in un certo senso automatica e spontanea, che la croce possiede in se stessa in quanto tale, bensì procede dal signore stesso. La salvezza che proviene dalla croce ha il suo fondamento non nella croce in quanto tale, bensì nel fatto che su di essa è stato crocifisso il Salvatore del mondo, il Signore Gesù Cristo.

 

Tratto da: I. ALFEEV, Cristianesimo pratico. Catechismo ortodosso, trad. di G. D’Aniello, Monasterium 2022, pp. 200-209.



[1] Leonid Uspenskij, La teologia dell’icona, La Casa di Matriona, Milano 1995, pp. 113-114.

[2] La mandorla è detta anche clipeo. [NdT]

[3] L’indirizzo orante alla croce non è affatto una deificazione della croce in quanto oggetto, bensì una forma poetica di glorificazione del Salvatore, che sulla croce ha effuso il Suo sangue.

[4] Basilio il Grande, Sullo Spirito Santo, 27.

[5] La stola è una veste lunga fino ai piedi, con maniche ampie, indossata da monaci, diaconi, sacerdoti e vescovi.

[6] La Panaghia (dal greco Παναγία, che significa “Tutta Santa”) è un medaglione con la raffigurazione della Madre di Dio. Talvolta con la Tutta Santa viene rappresentato anche il Salvatore o un santo.

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