Storie di amicizia
Oggi si ricordano Basilio Magno e Gregorio di Nazianzo, esempio di fedeltà, di amicizia, di amore alla verità e alla vita. Hanno scritto parole illuminanti sulla Trinità, soprattutto sullo Spirito che anima la Chiesa.
Li ricordiamo riportando alcune parole di papa Benedetto XVI, che nelle udienze del luglio 2007 ne ha descritto la vita e la dottrina. Nella vita di Basilio emerge il perenne richiamo al mistero di Dio, alla Trinità, all'Eucaristia, vissute con responsabilità sociale. Di Gregorio egli sottolinea l'amore alla Chiesa e alla verità dottrinale, soprattutto alla fede trinitaria che era stata affermata nel Concilio di Nicea.

"Il Padre è «il principio di tutto e la causa dell’essere di ciò che esiste, la radice dei viventi» (Om. 15,2 sulla fede), e soprattutto è «il Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (Anafora di san Basilio). Risalendo a Dio attraverso le creature, noi «prendiamo coscienza della sua bontà e della sua saggezza» (Basilio, Contro Eunomio 1,14). Il Figlio è l’«immagine della bontà del Padre e sigillo di forma a Lui uguale» (cfr Anafora di san Basilio). Con la sua obbedienza e la sua passione il Verbo incarnato ha realizzato la missione di Redentore dell’uomo (cfr Basilio, Omelie sui Salmi 48,8; cfr anche Il Battesimo 1,2,17).
Nell’insegnamento di Basilio trova ampio rilievo l’opera dello Spirito Santo. «Da Lui, il Cristo, rifulse lo Spirito Santo: lo Spirito della verità, il dono dell’adozione filiale, il pegno dell’eredità futura, la primizia dei beni eterni, la potenza vivificante, la sorgente della santificazione» (cfr Anafora di san Basilio). Lo Spirito anima la Chiesa, la riempie dei suoi doni, la rende santa. La luce splendida del mistero divino si riverbera sull’uomo, immagine di Dio, e ne innalza la dignità. Guardando a Cristo, si capisce appieno la dignità dell’uomo. Basilio esclama: «[Uomo], renditi conto della tua grandezza considerando il prezzo versato per te: guarda il prezzo del tuo riscatto, e comprendi la tua dignità!» (Omelie sui Salmi 48,8). In particolare il cristiano, vivendo in conformità al Vangelo, riconosce che gli uomini sono tutti fratelli tra di loro; che la vita è un’amministrazione dei beni ricevuti da Dio, per cui ognuno è responsabile di fronte agli altri, e chi è ricco deve essere come un esecutore degli ordini di Dio benefattore (cfr Omelia 4 sull’elemosina e Omelia 6 sull’avarizia). Tutti dobbiamo aiutarci, e cooperare come le membra di un corpo (Ep. 203,3)."
"Ben meritato è dunque l’elogio fatto da Gregorio di Nazianzo: «Basilio ci persuase che noi, essendo uomini, non dobbiamo disprezzare gli uomini, né oltraggiare Cristo, capo comune di tutti, con la nostra disumanità verso gli uomini; piuttosto, nelle disgrazie degli altri, dobbiamo beneficare noi stessi, e fare prestito a Dio della nostra misericordia, perché abbiamo bisogno di misericordia» (Discorso 43,63). Parole, queste, ancora molto attuali. Vediamo come san Basilio è realmente uno dei Padri della Dottrina sociale della Chiesa.
Basilio, inoltre, ci ricorda che per tenere vivo in noi l’amore verso Dio e verso gli uomini è necessaria l’Eucaristia, cibo adeguato per i battezzati, capace di alimentare le nuove energie derivanti dal Battesimo (cfr Il Battesimo 1,3,1). E’ motivo di immensa gioia poter partecipare all’Eucaristia (Regole morali 21,3), istituita «per custodire incessantemente il ricordo di Colui che è morto e risorto per noi» (Regole morali 80,22). L’Eucaristia, immenso dono di Dio, tutela in ciascuno di noi il ricordo del sigillo battesimale e consente di vivere in pienezza e fedeltà la grazia del Battesimo. Per questo il santo Vescovo raccomanda la comunione frequente, anche quotidiana: «Comunicare anche ogni giorno ricevendo il santo corpo e sangue di Cristo è cosa buona e utile; poiché Egli stesso dice chiaramente: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54). Chi dunque dubiterà che comunicare continuamente alla vita non sia vivere in pienezza?» (Ep. 93). L’Eucaristia, in una parola, ci è necessaria per accogliere in noi la vera vita, la vita eterna (cfr Regole mortali 21)."
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"Verso il 379, Gregorio fu chiamato a Costantinopoli, la capitale, per guidare la piccola comunità cattolica fedele al Concilio di Nicea e alla fede trinitaria. La maggioranza aderiva invece all’arianesimo, che era «politicamente corretto» e considerato politicamente utile dagli imperatori. Così egli si trovò in condizioni di minoranza, circondato da ostilità. Nella chiesetta dell’Anastasis pronunciò cinque Discorsi teologici (27-31) proprio per difendere e rendere anche intelligibile la fede trinitaria. Sono discorsi rimasti celebri per la sicurezza della dottrina, l’abilità del ragionamento, che fa realmente capire che questa è la logica divina. E anche lo splendore della forma li rende oggi affascinanti. Gregorio ricevette, a motivo di questi discorsi, l’appellativo di «teologo». Così viene chiamato nella Chiesa ortodossa: il «teologo». E questo perché la teologia per lui non è una riflessione puramente umana, o ancor meno frutto soltanto di complicate speculazioni, ma deriva da una vita di preghiera e di santità, da un dialogo assiduo con Dio. E proprio così fa apparire alla nostra ragione la realtà di Dio, il mistero trinitario. Nel silenzio contemplativo, intriso di stupore davanti alle meraviglie del mistero rivelato, l’anima accoglie la bellezza e la gloria divina.
Mentre partecipava al secondo Concilio Ecumenico del 381, Gregorio fu eletto Vescovo di Costantinopoli, e assunse la presidenza del Concilio. Ma subito si scatenò contro di lui una forte opposizione, finché la situazione divenne insostenibile. Per un’anima così sensibile queste inimicizie erano insopportabili. Si ripeteva quello che Gregorio aveva già lamentato precedentemente con parole accorate: «Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’Amore, ci siamo divisi l’uno dall’altro!» (Discorso 6,3). Si giunse così, in un clima di tensione, alle sue dimissioni. Nella cattedrale affollatissima Gregorio pronunciò un discorso di addio di grande effetto e dignità (cfr Discorso 42). Concludeva il suo accorato intervento con queste parole: «Addio, grande città, amata da Cristo … Figli miei, vi supplico, custodite il deposito [della fede] che vi è stato affidato (cfr 1 Tm 6,20), ricordatevi delle mie sofferenze (cfr Col 4,18). Che la grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi» (cfr Discorso 42,27)."
"Il Nazianzeno era un uomo mite, e nella sua vita cercò sempre di fare opera di pace nella Chiesa del suo tempo, lacerata da discordie e da eresie. Con audacia evangelica si sforzò di superare la propria timidezza per proclamare la verità della fede. Sentiva profondamente l’anelito di avvicinarsi a Dio, di unirsi a Lui. È quanto esprime egli stesso in una sua poesia, dove scrive: tra i «grandi flutti del mare della vita, / di qua e di là da impetuosi venti agitato, /… / una cosa sola m’era cara, sola mia ricchezza, / conforto e oblio delle fatiche, / la luce della Santa Trinità» (Poesie [storiche] 2,1,15).
Gregorio fece risplendere la luce della Trinità, difendendo la fede proclamata nel Concilio di Nicea: un solo Dio in tre Persone uguali e distinte – Padre, Figlio e Spirito Santo –, «triplice luce che in unico / splendor s’aduna» (ibid. 2,1,32). Quindi, afferma sempre Gregorio sulla scorta di san Paolo (1 Cor 8,6), «per noi vi è un Dio, il Padre, da cui è tutto; un Signore, Gesù Cristo, per mezzo di cui è tutto; e uno Spirito Santo, in cui è tutto» (Discorso 39,12).
Gregorio ha messo in grande rilievo la piena umanità di Cristo: per redimere l’uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito, Cristo assunse tutte le componenti della natura umana, altrimenti l’uomo non sarebbe stato salvato. Contro l’eresia di Apollinare, il quale sosteneva che Gesù Cristo non aveva assunto un’anima razionale, Gregorio affronta il problema alla luce del mistero della salvezza: «Ciò che non è stato assunto, non è stato guarito» (Ep. 101,32), e se Cristo non fosse stato «dotato di intelletto razionale, come avrebbe potuto essere uomo?» (Ep. 101,34). Era proprio il nostro intelletto, la nostra ragione che aveva e ha bisogno della relazione, dell’incontro con Dio in Cristo. Diventando uomo, Cristo ci ha dato la possibilità di diventare a nostra volta come Lui. Il Nazianzeno esorta: «Cerchiamo di essere come Cristo, poiché anche Cristo è divenuto come noi: di diventare dèi per mezzo di Lui, dal momento che Lui stesso, per il nostro tramite, è divenuto uomo. Prese il peggio su di sé, per farci dono del meglio» (Discorso 1,5)."
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Basilio Magno, «Sullo Spirito Santo» 26,61.64:
Il
Signore vivifica il suo corpo nello Spirito
Colui
che ormai non vive più secondo la carne, ma è guidato dallo Spirito
di Dio, poiché prende il nome di figlio di Dio e diviene conforme
all’immagine del Figlio unigenito, viene detto spirituale.
Come
in un occhio sano vi è la capacità di vedere, così nell’anima
che ha questa purezza vi è la forza operante dello Spirito. Come il
pensiero della nostra mente ora resta inespresso nell’intimo del
cuore, ora invece si esprime con la parola, così lo Spirito Santo
ora attesta nell’intimo al nostro spirito e grida nei nostri cuori:
«Abbà, Padre» (Gal 4, 6), ora invece parla per noi, come dice
la Scrittura: Non siete voi che parlate, ma parla in voi lo Spirito
del Padre (cfr. Mt 10, 20). Inoltre lo Spirito distribuendo a
tutti i suoi carismi è il Tutto che si trova in tutte le parti.
Tutti infatti siamo membra gli uni degli altri, e abbiamo doni
diversi secondo la grazia di Dio comunicata a noi. Per questo «non
può l’occhio dire alla mano: Non ho bisogno di te; né la testa ai
piedi: Non ho bisogno di voi» (1 Cor 12, 21). Tutte le membra
insieme completano il corpo di Cristo nell’unità dello Spirito e
secondo i carismi si rendono, come è necessario, utili le une alle
altre.
Dio
infatti ha disposto le membra nel corpo, ciascuna di esse secondo il
suo volere. Le parti dunque sono piene di sollecitudine vicendevole,
secondo la spirituale comunione dell’amore. Perciò «se un membro
soffre, tutte le altre membra soffrono insieme; e, se un membro è
onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor 12, 26). E
come le parti sono nel tutto, così noi siamo ognuno nello Spirito,
poiché tutti in un solo corpo siamo stati battezzati nell’unico
Spirito.
Come
il Padre si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende
presente nello Spirito. Perciò l’adorazione nello Spirito indica
un’attività del nostro animo, svolta in piena luce. Lo si apprende
dalle parole dette alla Samaritana. Essa infatti, secondo la
concezione errata del suo popolo, pensava che si dovesse adorare in
un luogo particolare, ma il Signore, facendole mutare idea, le disse:
Bisogna adorare nello Spirito e nella Verità (cfr. Gv 4, 23),
chiaramente definendo se stesso «la Verità».
Dunque
nel modo come intendiamo adorazione nel Figlio, come adorazione cioè
nell’immagine di colui che è Dio e Padre, così anche dobbiamo
intendere adorazione nello Spirito, come adorazione a colui che
esprime in se stesso la divina essenza del Signore Dio.
Giustamente,
dunque, nello Spirito che ci illumina noi vediamo lo splendore della
gloria di Dio. Per mezzo dell’impronta risaliamo al sigillo e a
colui al quale appartiene l’impronta e il sigillo e al quale l’una
e l’altra cosa sono perfettamente uguali.


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