«Non temo più Dio, ma lo amo»
Chi era Antonio abate? Un “contadino illetterato del IV secolo che ebbe la stravagante idea di rinchiudersi in un sepolcro, poi in un fortino, senza voler vedere nessuno, e che terminò i suoi giorni sulle rive del Mar Rosso con la sola amicizia delle bestie selvagge” (N. Devilliers).
La sua biografia spirituale, a metà fra una leggenda e un libro di ascesi, ci è giunta per mano di Atanasio, vescovo di Alessandria, che ha composto la Vita di Antonio (357ca.).
Quello che subito traspare dalla sua vita, e che ha un valore transtemporale – si direbbe “perenne” –, è che il cristianesimo è tutt’altro che un “moralismo castrante”: esso è altresì una graduale conoscenza e assunzione dell’amore (in senso pieno e forte), posto al servizio della crescita della persona e in
funzione della relazione interpersonale. Il cuore del cristianesimo non è una sapienza umana superiore, bensì l’offerta di sé. E il monaco, nello specifico, vive un duplice movimento di presenza a Dio e a se stesso, secondo una modalità “interiorizzata” (per usare un termine caro alla spiritualità orientale).
Un “estremo desiderio”, infatti, – non certo una fuga mundi – spinge Antonio nel deserto, e come lui tanti altri nella storia successiva del monachesimo. Luogo di passaggio, di prova, di combattimento, di purificazione del cuore, ma soprattutto luogo dell’incontro più autentico con l’altro, il deserto è lo scenario per antonomasia dell’alleanza, dell’amicizia e del fidanzamento con Dio. Vengono subito in
mente le parole del profeta Osea: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21-22).
Ma spesso all’esperienza ruvida e austera del deserto segue la chiamata a vivere l’abisso delle relazioni fraterne, e quindi i deserti interiori presenti anche nel cuore delle città: si pensi a Carlo Carretto e ai fratelli di Charles de Foucauld. Ma prim’ancora, l’intera tradizione monastica è costellata di esperienze di rinnovamento e riforma all’insegna dell’eremitismo.
Di fatto, la vicenda di Antonio, come quella di tanti eremiti a lui posteriori, ci mostra che la solitudine della reclusione, scelta e voluta per conoscere Dio e se stessi, trova il suo compimento nel dono della paternità spirituale: tanti si rivolsero ad Antonio e si posero sotto la sua guida, attratti dalla sua familiarità con Dio tanto da desiderare di abbracciare il medesimo stile di vita. Questa “generatività” è il frutto dello Spirito: è una traccia concreta del passaggio “pneumatico” dalla figliolanza alla paternità.
Di Antonio sono state conservate sette lettere di provata autenticità, ma è soprattutto la raccolta greca di apoftegmi (=detti, sentenze) a fornire le chiavi della sua spiritualità concreta. Si tratta di vere e proprie interrogazioni o di aneddoti, di ruminazioni o di dardi infuocati. Tutte, però, possiedono la semplicità delle beatitudini evangeliche e la limpidezza dell’economia salvifica pentecostale, imperniata cioè sullo Spirito, vero protagonista dell’avventura eremitica.
Ecco alcuni apoftegmi:
La sua biografia spirituale, a metà fra una leggenda e un libro di ascesi, ci è giunta per mano di Atanasio, vescovo di Alessandria, che ha composto la Vita di Antonio (357ca.).
Quello che subito traspare dalla sua vita, e che ha un valore transtemporale – si direbbe “perenne” –, è che il cristianesimo è tutt’altro che un “moralismo castrante”: esso è altresì una graduale conoscenza e assunzione dell’amore (in senso pieno e forte), posto al servizio della crescita della persona e in
funzione della relazione interpersonale. Il cuore del cristianesimo non è una sapienza umana superiore, bensì l’offerta di sé. E il monaco, nello specifico, vive un duplice movimento di presenza a Dio e a se stesso, secondo una modalità “interiorizzata” (per usare un termine caro alla spiritualità orientale).
Un “estremo desiderio”, infatti, – non certo una fuga mundi – spinge Antonio nel deserto, e come lui tanti altri nella storia successiva del monachesimo. Luogo di passaggio, di prova, di combattimento, di purificazione del cuore, ma soprattutto luogo dell’incontro più autentico con l’altro, il deserto è lo scenario per antonomasia dell’alleanza, dell’amicizia e del fidanzamento con Dio. Vengono subito in
mente le parole del profeta Osea: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21-22).
Ma spesso all’esperienza ruvida e austera del deserto segue la chiamata a vivere l’abisso delle relazioni fraterne, e quindi i deserti interiori presenti anche nel cuore delle città: si pensi a Carlo Carretto e ai fratelli di Charles de Foucauld. Ma prim’ancora, l’intera tradizione monastica è costellata di esperienze di rinnovamento e riforma all’insegna dell’eremitismo.
Di fatto, la vicenda di Antonio, come quella di tanti eremiti a lui posteriori, ci mostra che la solitudine della reclusione, scelta e voluta per conoscere Dio e se stessi, trova il suo compimento nel dono della paternità spirituale: tanti si rivolsero ad Antonio e si posero sotto la sua guida, attratti dalla sua familiarità con Dio tanto da desiderare di abbracciare il medesimo stile di vita. Questa “generatività” è il frutto dello Spirito: è una traccia concreta del passaggio “pneumatico” dalla figliolanza alla paternità.
Di Antonio sono state conservate sette lettere di provata autenticità, ma è soprattutto la raccolta greca di apoftegmi (=detti, sentenze) a fornire le chiavi della sua spiritualità concreta. Si tratta di vere e proprie interrogazioni o di aneddoti, di ruminazioni o di dardi infuocati. Tutte, però, possiedono la semplicità delle beatitudini evangeliche e la limpidezza dell’economia salvifica pentecostale, imperniata cioè sullo Spirito, vero protagonista dell’avventura eremitica.
Ecco alcuni apoftegmi:
Abba Antonio disse ad abba Poimen: “Questa è la grande opera dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio e attendersi la tentazione fino all’ultimo respiro”.
Se l’albero non viene scosso dai venti, non cresce e non mette radici. Così è anche per il monaco: se questi non viene tentato e non sopporta la tentazione, non diventa uomo.
Chi dimora nel deserto e vive nella quiete è liberato da tre guerre: quella dell’udito, quella della lingua e quella degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore.
Questi i caratteri principali della vita di Antonio: - la sequela e imitazione di Cristo, che ha il suo culmine nell’invocazione del nome di Gesù (quella che prende poi il nome di “preghiera di Gesù”); - la vita alla presenza di Dio, che si concretizza nella preghiera continua, lì dove la preghiera perfetta è considerata quella “inconsapevole”, che ha raggiunto l’“ignoranza”, usando un’espressione di Evagrio Pontico; - l’ascesi corporale, fatta di digiuno, attenzione e vigilanza; - l’amore al silenzio, inteso come custodia della parola, vigilanza sui pensieri, pacificazione dello spirito; - il combattimento spirituale, cioè la lotta contro i pensieri cattivi che attaccano la mente (λογισµόι) e il conseguente discernimento degli spiriti, che è frutto di misericordia e dono di Dio; - la tensione escatologica, ovvero l’attesa incessante del regno e l’invocazione dello Spirito; - la ricerca della tranquillità dell’anima, cioè della pace interiore (ἑσυχία).
A un certo punto della sua vita, Antonio, estenuato da una terribile lotta interiore, scorse un raggio di luce, e domandò: “Dov’eri? Perché non sei apparsa fin dall’inizio per liberarmi dalle sofferenze?”. All’età di 35 anni Antonio capì che Dio è proprio nella lotta: per questo bisogna rimanervi ancorati, permanere in essa, chiedendo a Dio di donare forza piuttosto che di sottrarre alla prova.
Antonio comprese che la paura è un’energia che ci trattiene: è utile nella misura in cui è strumento di disciplina e di autocontrollo (il timore di Dio); l’amore, invece, ci espande, apre il cuore: allarga la disciplina alla condivisione e alla guarigione. L’esperienza del deserto è una spiritualità basata sull’amore: il suo scopo è appunto imparare ad amare. Così Antonio può dire, infine: “Io non temo più Dio, ma lo amo. Perché l’amore scaccia il timore”.
A un certo punto della sua vita, Antonio, estenuato da una terribile lotta interiore, scorse un raggio di luce, e domandò: “Dov’eri? Perché non sei apparsa fin dall’inizio per liberarmi dalle sofferenze?”. All’età di 35 anni Antonio capì che Dio è proprio nella lotta: per questo bisogna rimanervi ancorati, permanere in essa, chiedendo a Dio di donare forza piuttosto che di sottrarre alla prova.
Antonio comprese che la paura è un’energia che ci trattiene: è utile nella misura in cui è strumento di disciplina e di autocontrollo (il timore di Dio); l’amore, invece, ci espande, apre il cuore: allarga la disciplina alla condivisione e alla guarigione. L’esperienza del deserto è una spiritualità basata sull’amore: il suo scopo è appunto imparare ad amare. Così Antonio può dire, infine: “Io non temo più Dio, ma lo amo. Perché l’amore scaccia il timore”.
Questa icona è una “copia spirituale” del Sant’Antonio di Messina (XVI sec.), realizzato a tempera su legno (cm 124x78), oggi nel Museo Bizantino e Cristiano di Atene.
Antonio è raffigurato ritto fino alle anche, frontale, rivolto lievemente verso sinistra. Guarda negli occhi lo spettatore, con sguardo penetrante e intenso. Il santo leva la mano destra in forma di benedizione, mentre l’altra mano tiene una pergamena dispiegata in basso su cui è scritto: ΕΓΩ ΟΥΚΕΤΙ / ΦΟΒΟΥΜΑΙ / ΤΟΝ Θ(ΕΟ)Ν ΑΛΛΑ/ ΑΓΑΠΩ ΑΥΤΟΝ; «Io non temo più Dio, ma lo amo», iscrizione tramandata nella Interpretazione dell’Arte Pittorica di Dionisio di Furnà, e che più comunemente si trova in pitture murali in cui si riscontra, per quanto riguarda i gesti del santo, questo tipo iconografico.
Antonio è raffigurato ritto fino alle anche, frontale, rivolto lievemente verso sinistra. Guarda negli occhi lo spettatore, con sguardo penetrante e intenso. Il santo leva la mano destra in forma di benedizione, mentre l’altra mano tiene una pergamena dispiegata in basso su cui è scritto: ΕΓΩ ΟΥΚΕΤΙ / ΦΟΒΟΥΜΑΙ / ΤΟΝ Θ(ΕΟ)Ν ΑΛΛΑ/ ΑΓΑΠΩ ΑΥΤΟΝ; «Io non temo più Dio, ma lo amo», iscrizione tramandata nella Interpretazione dell’Arte Pittorica di Dionisio di Furnà, e che più comunemente si trova in pitture murali in cui si riscontra, per quanto riguarda i gesti del santo, questo tipo iconografico.
Il santo indossa il suo vestimento monacale: ἀντερί (tonaca) grigio chiaro tendente all’olivastro, manto, scapolare e cappuccio adorno d’una piccola croce all’altezza della fronte, mentre una sua estremità cade liberamente davanti alla spalla sinistra. Sopra lo scapolare si distingue una croce pettorale d’oro. Il manto è chiuso da due bottoni. La barba è piccola e biforcuta. Profonde rughe segnano il volto attempato, folti baffi circondano le labbra. Pennellate stilizzate, colore verde cenere e rosso mattone disegnano la barba e rilevano i lineamenti del volto del santo eremita. La rappresentazione di Antonio il Grande, fondatore del monachesimo in Egitto, formata e abbastanza diffusa fin dall’epoca tardo-bizantina in pitture murali e icone, costituisce un tema caro ai pittori cretesi di icone a partire dal XV secolo, ma resta generalmente aderente ai modelli iconografici della tradizione bizantina.
Le dimensioni dell’icona originale (cm 124x78), del tipo dell’icona di venerazione, inducono a ritenere che fosse da collocare nella iconostasi probabilmente di una chiesa omonima.
Le dimensioni dell’icona originale (cm 124x78), del tipo dell’icona di venerazione, inducono a ritenere che fosse da collocare nella iconostasi probabilmente di una chiesa omonima.



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